Evasione, Longobardi: «Da migliorare l’utilizzo delle banche dati pubbliche»
La lotta all’evasione fiscale si fa, innanzitutto, sfruttando appieno le potenzialità delle diverse banche dati a disposizione della Pubblica Amministrazione. A ribadirlo è Gerardo Longobardi, intervenuto ieri ad un convegno dedicato alle strategie per il contrasto al fenomeno dell’evasione.
In quella sede, il Presidente dei commercialisti italiani ha riconosciuto che, negli ultimi anni, sono stati fatti “grossi passi avanti nell’investigazione economico-finanziaria”, proprio “grazie all’uso sempre più intenso di strumenti informatici e banche dati”. Allo stesso tempo, però, ha voluto ricordare che l’utilità di tali strumenti “è attenuata dal fatto che le informazioni sono parcellizzate e la consultazione d’insieme non sempre è assicurata”.
Per questo, “è urgente rendere le diverse banche dati sempre più interoperabili, accorpando le stesse in un solo database la cui consultazione sia in grado di offrire una visione unitaria per soggetto”. Un processo che potrebbe essere facilitato attraverso l’adozione di “standard informatici destinati a creare le premesse per la definizione di un unico format trasmissivo”. Tale prospettiva, secondo i commercialisti, porterebbe vantaggi non solo per il Fisco, ma “per tutta la Pubblica Amministrazione, in quanto il flusso delle informazioni, nel rispetto della privacy, potrebbe divenire patrimonio di tutte le Amministrazioni”.
Al centro del convegno tenutosi presso la sede capitolina della Guardia di Finanza anche il recente scandalo scoppiato a seguito della pubblicazione dei Panama Papers, che vede coinvolti anche diversi contribuenti italiani, più o meno noti, quali intestatari di conti correnti in paradisi fiscali. Un coinvolgimento, ha sottolineato Longobardi, che, qualora confermato, sarebbe da stigmatizzare con forza, a maggior ragione se si considera che, attraverso la voluntary disclosure, lo Stato ha offerto la possibilità di mettersi in regola: “La voluntary disclosure approvata dal Parlamento italiano e terminata nel dicembre dello scorso anno – ha spiegato il numero uno dei commercialisti – è stata l’ultima spiaggia per chi deteneva disponibilità finanziarie all’estero, e mal gliene incolse a chi non ha aderito, restando insensibile ai molti appelli che anche la nostra categoria ha lanciato nei mesi scorsi”.
Anche perché, negli ultimi tempi, “la sensibilità internazionale ha cambiato atteggiamento verso l’occultamento di ricchezze nei paradisi fiscali”, che sono “divenuti una nuova categoria di Stati canaglia”. Di fatto, però, il problema dell’occultamento di ricchezze non dichiarate esiste ancora e, allora, “bisogna rafforzare il percorso intrapreso già da qualche anno dall’OCSE circa gli standard sullo scambio automatico di informazioni tra Stati”.
A ciò “va aggiunta un’azione incisiva sulla transparency bancaria, ossia sulle regole che impongono alle banche di verificare la trasparenza della titolarità e della provenienza dei fondi da loro gestiti”. Una maggiore trasparenza permetterebbe di tutelare meglio sia il risparmio che l’economia pulita e, soprattutto, genererebbe “circuiti finanziari trasparenti (di serie A) contrapposti ai residuali circuiti finanziari non trasparenti (di serie B), in cui potrebbero rafforzarsi le misure speciali di contrasto all’economia illecita”.
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