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Lunedì, 6 luglio 2020 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

La legislazione d’emergenza non sembra idonea a fronteggiare la «fase 2»

Giovedì, 4 giugno 2020

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Gentile Redazione, 
la riforma legata alla crisi d’impresa e alle sue numerose declinazioni è stata uno degli argomenti più trattati negli ultimi mesi sia in ambito professionale che in ambito imprenditoriale. Anzi, per certi versi, è stato il tema che più ha coinvolto e addirittura a volte contrapposto i due mondi.

Poi improvvisa, inaspettata, distruttiva è arrivata la “vera crisi”. Quella derivante dalla pandemia, dall’emergenza sanitaria che ha inevitabilmente travolto l’economia nazionale e mondiale e che ha riallineato i due mondi, quello dei commercialisti e quello imprenditoriale anche, ma non solo, su un tema spinoso come il Codice della crisi. Con il DL 23/2020 il Governo è intervenuto su tale campo, anche rinviando l’entrata in vigore del Codice, ora fissata per il prossimo 1° settembre 2021.

Altre misure contenute nel decreto Liquidità attengono ai concordati preventivi e agli accordi di ristrutturazione oltre che alle istanze per la dichiarazione di fallimento e dello stato di insolvenza. Nel pacchetto di norme emanate per garantire la continuità aziendale vanno annoverati anche altri articoli del DL Liquidità che introducono disposizioni “temporanee” in materia di riduzione del capitale, principi di redazione del bilancio e finanziamenti alle società (da parte dei soci, compresi i soggetti che esercitano la direzione e il coordinamento sulla società finanziata).

Ciò detto, se da un lato non può che apprezzarsi la tempestiva sensibilità mostrata per questi temi di vitale importanza per le imprese, dall’altro deve evidenziarsi come occorra al contempo scongiurare il rischio di una eccessiva sovrapposizione normativa – distribuita tra diversi provvedimenti legislativi, a loro volta eterogenei al proprio interno – senza un coordinamento giuridico fra gli stessi e, soprattutto, deficitaria di una visione strategica delle modalità con le quali dovranno essere affrontate le crisi aziendali nella auspicata ed imminente “fase 2” dell’emergenza.

Si precisa sin da subito, infatti, come appaia necessario pervenire quanto prima ad un complessivo e specifico provvedimento legislativo che individui misure “ad hoc” per la gestione delle future crisi, determinate dalla consapevolezza che servono nuovi strumenti e nuovi paradigmi per fronteggiare lo stravolgimento che la nostra economia ha subito per effetto dell’emergenza COVID-19.

In tal senso, se si comprendono le ragioni secondo cui il Governo ha deciso opportunamente di rinviare l’applicazione del DLgs. 14/2019, non può parimenti sottacersi lo stupore che suscita la presa d’atto di come una riforma da così tanto tempo attesa – l’introduzione di uno specifico Codice della crisi – non abbia potuto essere lo strumento per fronteggiare la più grave crisi economica del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi.

E partendo proprio da questo tema, così superficialmente affrontato con un semplice rinvio senza alcun collegamento normativo, non è possibile tacere quanto poco sia stato fatto in generale per imprese e professionisti attraverso i DL “Cura Italia” e il Liquidità. Si è assistito, infatti, a un incremento di burocratizzazione per le procedure “straordinarie”. Il che appare assolutamente anticiclico.

In un momento in cui si ha la necessità se non l’urgenza di avere procedure più snelle, il Governo e i suoi “organi” hanno trovato il modo di rendere più complesse, attraverso norme scritte oggettivamente in maniera “pessima”, le procedure per ottenere agevolazioni sia per gli imprenditori che per i professionisti. Demandare interamente, se non addirittura esclusivamente, agli istituti di credito e ai consulenti l’aiuto alle imprese è simbolo di grande inadeguatezza ad affrontare la crisi.

I due decreti, infatti, non hanno “ideato” o previsto alcuna agevolazione fiscale, ma solo crediti d’imposta molto limitativi. Basti pensare al credito d’imposta per le locazioni “negozi e botteghe”, che, tuttavia, è stato concesso per una sola categoria catastale e per una sola mensilità. In ordine alle misure di carattere fiscale, nei due decreti sopra citati, sono stati previsti solo rinvii di adempimenti e versamenti. Tra l’altro con una mirabolante selva di eccezioni, atte solo a rendere – come si diceva – ancora più complessa la loro interpretazione.

Perché allora non prevedere veri crediti d’imposta e vere agevolazioni fiscali a favore di quelle aziende e di quelle realtà professionali che mantengono inalterata la forza lavoro in queste settimane difficili? Perché non prevedere – mai come ora – una vera riduzione del cuneo fiscale sul costo del lavoro dipendente? Perché non pensare a finanziare immediatamente le aziende in difficoltà senza dover passare dalle “forche caudine” della presentazione di business plan o di bilanci preventivi agli istituti di credito? In fondo, basta ascoltare le realtà imprenditoriali e professionali per avere risposte e proposte. Nel frattempo, il tempo passa. Il paziente 1 è stato “registrato” a Codogno il 21 febbraio. Sono passati tre mesi di annunci, conferenze stampa, decreti e correzioni. Di concreto poco.


Emanuele Serina
Vice Presidente Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili

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