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Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Buoni acquisto con IVA sulla base del corrispettivo

La Suprema Corte ha chiarito che non si guarda al valore nominale del buono

/ REDAZIONE

Sabato, 26 settembre 2020

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Con la sentenza n. 20167, depositata ieri, la Cassazione ha sancito che, nel caso in cui una società emetta buoni acquisto e li ceda a un prezzo inferiore rispetto al valore nominale, la base imponibile IVA dell’operazione è costituita dal prezzo di cessione dei buoni acquisto effettivamente percepito.
Non rileva, invece, il valore nominale rappresentato dal buono ceduto.

Il caso esaminato dalla Suprema Corte ha ad oggetto le operazioni intercorse tra una società della grande distribuzione organizzata che cede buoni acquisto nei confronti di un’altra società.
A sua volta, la società della GDO riceve i buoni da parte dei clienti, a fronte degli acquisti da questi ultimi effettuati.
La società aveva quindi presentato un’istanza di rimborso all’Erario per avere applicato l’IVA su una base imponibile costituita dal valore nominale dei buoni acquisto in esame (10 euro) invece che dal prezzo effettivamente pagato dalla società acquirente i buoni (5,83 euro, a seguito di accordi intervenuti tra le due società).

La Cassazione, come detto, conclude per la determinazione dell’IVA sulla base del corrispettivo effettivamente percepito dalla società per la cessione dei buoni.
La decisione si fonda, in primis, sulle disposizioni in materia di IVA, tali per cui, in termini generali, nella versione vigente ratione temporis, la base imponibile delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi è costituita dall’ammontare complessivo dei corrispettivi dovuti al cedente o prestatore secondo le condizioni contrattuali (art. 13 comma 1 del DPR 633/72).

Inoltre, alcune rilevanti sentenze della Corte di Giustizia Ue hanno sancito ulteriori principi, secondo cui il produttore che ha venduto i propri prodotti a un prezzo successivamente decurtato dallo sconto praticato ha diritto a versare l’IVA in percentuale di quanto effettivamente percepito, corrispondente al prezzo originario del prodotto, detratto lo sconto praticato a mezzo buoni sconto (Corte di Giustizia 20 ottobre 1996, causa C-317/94, Elida Gibbs e 15 ottobre 2002, causa C-427/98).

Alcune rilevanti sentenze della Corte Ue hanno sancito ulteriori principi

In un caso simile a quello oggetto di esame da parte della Cassazione, nella causa C-288/94 (Argos), una società cede i buoni acquisto ad altro soggetto per un valore inferiore a quello nominale e accetta di cambiare detti buoni per un controvalore in merci pari al valore nominale di questi titoli.
In tale ipotesi la Corte di Giustizia ha ritenuto che il buono, per sua natura, non costituisce altro che un documento nel quale è incorporato l’obbligo assunto dalla società di accettare lo stesso al posto del denaro al suo valore nominale. Di conseguenza, la base imponibile IVA dovrà essere determinata in funzione del valore nominale del buono, diminuito dello sconto eventualmente accordato.

Per queste ragioni, la Cassazione censura i rilievi dell’Agenzia delle Entrate che, nel caso esaminato, aveva rigettato l’istanza di rimborso della maggiore IVA applicata (e versata) dalla società richiedente.
La società della GDO, accettando, a fronte della consegna dei buoni, di cedere merce per un valore superiore a quanto effettivamente percepito dalla società acquirente, di fatto pratica un vero e proprio sconto sul prezzo finale dei beni ceduti ai propri clienti. Difatti, il corrispettivo che verrà realmente incassato non corrisponde al valore nominale dei beni compravenduti. 

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