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Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

L’adesione della società non si estende al socio

I giudici di Cassazione «dimenticano» però l’art. 4 del DLgs. 218/97

/ Alfio CISSELLO

Sabato, 26 settembre 2020

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La Corte di Cassazione, mediante la sentenza n. 20200 depositata ieri, affronta il tema dei nessi tra accertamento con adesione stipulato dalla società e posizione giuridico fiscale dei soci.

Va subito detto che, nel caso in oggetto, successivamente all’accertamento con adesione della società, il socio (che non ha aderito) ha ricevuto l’atto sul maggior reddito di partecipazione, ma non lo ha impugnato nei termini.
Ricorrendo contro il diniego di autotutela, lamentava il fatto che gli fosse stato attribuito un reddito maggiore rispetto a quello risultante dall’accertamento con adesione (in sostanza il reddito derivante dall’originario accertamento).

Negli ultimi anni, la giurisprudenza di Cassazione varie volte si è espressa sul generale tema inerente all’effetto dell’intervenuta definizione della società nei confronti del socio. Tralasciando lo specifico caso dell’adesione, si può trattare di definizione della lite pendente piuttosto che di conciliazione giudiziale.

In modo assai censurabile, varie volte i giudici si sono spinti ad affermare che il socio, in breve, deve “subire” la definizione posta in essere dalla società, non potendo più contestare il reddito; in altre parole, la difesa sarebbe circoscritta ai vizi riguardanti la posizione personale del socio (per tutte, Cass. 30 marzo 2016 n. 6109 e Cass. 23 novembre 2017 n. 28007).

Altra giurisprudenza, in modo a nostro avviso corretto, ha sancito che, se è vero che il litisconsorzio necessario non osta al fatto che solo uno dei litisconsorti (soci o società) definiscano in autonomia la pretesa, è del pari vero che, per coloro i quali non aderiscono, rimane fermo il diritto di adire o proseguire le vie giudiziali, censurando il merito senza alcuna limitazione. Dal canto suo, l’Erario può coltivare la pretesa che era stata in origine avanzata con l’accertamento, essendo irrilevante la circostanza che, in sede di definizione, questa sia stata ridimensionata (Cass. 20 luglio 2016 n. 14858, Cass. 29 agosto 2017 n. 20507 e Cass. 21 maggio 2020 n. 9344).

L’accertamento con adesione ha però una disciplina particolare prevista proprio per il caso delle società di persone, che la Corte di Cassazione, quantomeno nella parte motiva della sentenza, avrebbe dovuto considerare. Infatti, l’art. 4 comma 2 del DLgs. 218/97 così prevede: “Nel caso di esercizio di attività d’impresa o di arti e professioni in forma associata, di cui all’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, ovvero in caso di azienda coniugale non gestita in forma societaria , e in caso di società che optano per la trasparenza fiscale di cui agli articoli 115 e 116 del medesimo testo unico, l’ufficio competente all’accertamento nei confronti delle società, dell’associazione o del titolare dell’azienda coniugale effettua la definizione anche del reddito attribuibile ai soci, agli associati o all’altro coniuge, con unico atto e in loro contraddittorio. Nei confronti dei soggetti che non aderiscono alla definizione o che, benché ritualmente convocati secondo le precedenti modalità non hanno partecipato al contraddittorio, gli uffici competenti procedono all’accertamento sulla base della stessa; non si applicano gli articoli 2, comma 5, e 15, comma 1, del presente decreto”.

Per favorire l’adesione di tutti i soggetti coinvolti viene addirittura prevista una deroga alla competenza territoriale degli enti impositori.
Inoltre, la citata norma prevede una sorta di beneficio per i soci che hanno ritenuto, a differenza della società, di non aderire: essi dovranno ricevere un avviso di accertamento “livellato” in base all’adesione stipulata dalla società, naturalmente con sanzioni piene e senza possibilità di fruire dell’acquiescenza ai sensi dell’art. 15 del DLgs. 218/97.
Dal punto di vista concreto, se viene accertato un maggior reddito di 100 ad una società con due soci con quote al 50% ciascuno, l’imputazione del reddito per trasparenza è di 50 per socio.

Occorre pur sempre impugnare l’atto individuale

Ma se, in adesione, la società riesce a negoziare un reddito pari a 80, ai soci che non hanno aderito occorre pur sempre imputare un reddito di 40 ciascuno, non più di 50.

Questo, lo si ripete, vale solo per l’adesione, in quanto nelle altre definizioni (quantomeno in quelle degli ultimi decenni) non ci sono norme simili. Se, in luogo dell’adesione, si trattasse di conciliazione, i soci non potrebbero, in automatico, pretendere che il reddito venga “livellato” su 80, potendo l’adesione della società, al massimo, essere un argomento da spendere per far valere la, sia pur parziale, “illegittimità” della pretesa.

Allora, forse la sentenza, dal punto di vista motivazionale, sarebbe stata maggiormente persuasiva ove si fosse sostenuto che, ormai, essendo l’atto sul maggior reddito di partecipazione divenuto definitivo, alcun vizio poteva essere eccepito ricorrendo contro il diniego di autotutela. 

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