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Mercoledì, 14 aprile 2021 - Aggiornato alle 6.00

IMPRESA

Liquidazione del patrimonio anche senza conversione dell’accordo non approvato

Secondo la Consulta, è ammissibile il rito camerale o la domanda subordinata

/ Antonio NICOTRA

Venerdì, 9 aprile 2021

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L’art. 14-quater della L. 3/2012, sotto la rubrica “Conversione della procedura di composizione in liquidazione”, stabilisce che, su istanza del debitore o di uno dei creditori, il giudice dispone, col decreto avente il contenuto di cui all’art. 14-quinquies comma 2 della L. 3/2012, la conversione della procedura di composizione della crisi in quella di liquidazione del patrimonio nell’ipotesi di: annullamento dell’accordo o di cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore ex art. 14-bis comma 2 lett. a) della L. 3/2012, ovvero nei casi di cui agli artt. 11 comma 5 e 14-bis comma 1 della L. 3/2012, nonché nelle ipotesi di risoluzione dell’accordo o di cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore ai sensi dell’art. 14-bis comma 2 lett. b) della L. 3/2012, ove determinati da cause imputabili al debitore.

Il Tribunale di Lanciano aveva sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., le questioni di legittimità costituzionale della predetta norma, che veniva censurata nella parte in cui non prevede che i debitori in stato di sovraindebitamento possano chiedere, in caso di mancato raggiungimento dell’accordo di composizione della crisi con i creditori, la conversione della procedura nella liquidazione del patrimonio (si veda “Alla Consulta l’impossibilità di convertire l’accordo non omologato in liquidazione” del 22 febbraio 2021).

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 61 depositata ieri, ha dichiarato l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Lanciano.
Secondo i giudici, il rimettente avrebbe omesso di considerare che la domanda con la quale il debitore chiede, in conseguenza del mancato raggiungimento dell’accordo, di accedere alla liquidazione è ammissibile – in ossequio al principio di economia processuale e alla funzione sociale della disciplina della composizione delle crisi da sovraindebitamento – applicando le norme sul rito camerale, che consentono di giungere al medesimo risultato della conversione.

La relativa domanda, infatti, si colloca in una fase del procedimento in cui il giudice investito della procedura, ai fini dell’omologazione dell’accordo, è chiamato ad accertare il consenso della maggioranza qualificata dei creditori (60% dei crediti) sulla proposta del debitore. In tale fase sono applicabili, nei limiti di compatibilità, le norme di cui agli artt. 737 e ss. c.p.c. espressamente richiamate dagli artt. 10 comma 6 e 12, comma 2, terzo periodo, della L. 3/2012.

Il rito camerale, peraltro, è connotato dall’assenza di formalismi non essenziali, in quanto preordinato a soddisfare esigenze di speditezza e semplificazione.
Non operano, inoltre, le preclusioni previste per il giudizio di cognizione ordinario, potendo essere proposte nel corso del procedimento anche domande nuove in conformità delle direttive del giudice, al quale gli artt. 737 e ss. c.p.c. riservano margini di discrezionalità.

Il giudice a quo avrebbe dovuto, quindi, prendere in considerazione la possibilità di qualificare la domanda di conversione – nella specie formulata dal debitore come modifica dell’originaria domanda di accordo in quella di liquidazione – ritenendola ammissibile secondo le norme del rito camerale, anche solo per escluderla ex post (ad esempio, per assenza dei presupposti ex art. 14-ter della L. 3/2012).

I requisiti per accedere alla procedura di composizione della crisi sono per gran parte sovrapponibili a quelli richiesti per la liquidazione del patrimonio e vengono accertati in occasione del giudizio di ammissibilità della proposta di accordo sulla base di documentazione largamente coincidente con quella a corredo della domanda liquidatoria.

La lacuna nella ricostruzione del quadro normativo ad opera del remittente si traduce, quindi, secondo la Corte Costituzionale, in un’insufficiente motivazione in punto sia di rilevanza sia di non manifesta infondatezza delle questioni.
Peraltro, secondo la giurisprudenza di merito e la dottrina (come sostenuto nel caso di specie anche dall’Avvocatura generale), sarebbe possibile proporre con lo stesso ricorso domande (non già cumulative, ma) “subordinate”, aventi ad oggetto le diverse procedure di superamento della crisi da sovraindebitamento.

Il sistema normativo vigente, pur precludendo al debitore che non abbia raggiunto l’accordo di chiedere la liquidazione nel corso del procedimento, consente (e ciò incide sui prospettati profili di illegittimità costituzionale) di formulare tale domanda in via subordinata e con il medesimo ricorso, offrendogli la possibilità (“in via preventiva”) di evitare l’attivazione di un nuovo e distinto procedimento per l’accesso alla liquidazione.

L’incompleta ricostruzione della cornice normativa e giurisprudenziale di riferimento compromette l’iter logico argomentativo a fondamento delle valutazioni del Tribunale di Lanciano, rendendo inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14-quater della L. 3/2012, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost.

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