X

Informativa

Questo sito, e gli strumenti di terze parti richiamati, utilizzano cookie indispensabili per il funzionamento tecnico del sito stesso e utili alle finalità illustrate nella Cookie Policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie nella modalità sopra indicata.

Recupera Password

Non sei ancora registrato? Clicca qui

Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Il recupero del provento illecito prescinde dal profitto del reato

Gli uffici non possono riqualificare i contributi in conto impianti in sopravvenienze

/ Alice BOANO e Alfio CISSELLO

Giovedì, 24 settembre 2020

x
STAMPA

download PDF download PDF

L’art. 14 comma 4 della legge 537/93, nello stabilire che nelle categorie di reddito di cui all’art. 6 comma 1 del TUIR devono intendersi ricompresi i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo, richiede un nesso causale tra l’illecito e il provento ma, una volta che tale nesso sia dimostrato, secondo il criterio della regolarità causale, non fa distinzioni di tipo quantitativo e impone di sottoporre a tassazione l’intero provento.

In sede di tassazione del provento, tuttavia, come prevede l’art. 14 comma 4 della L. 537/93, gli uffici devono attenersi alle regole tipiche di ciascuna categoria reddituale, salvo il reddito di fonte illecita non sia inquadrabile in alcuna delle menzionate categorie reddituali, quindi vada considerato un reddito diverso ai sensi della norma da ultimo richiamata.
A stabilirlo è la Corte di Cassazione in occasione della pronuncia n. 19936 depositata ieri.

Nel caso di specie, una società era stata ammessa a percepire in diversi anni un contributo (nella specie un contributo in conto impianti) rientrante nell’area di applicazione della legge 488/92 per investimenti nel settore turistico-alberghiero in aree svantaggiate. Rispetto alle prime due quote erogate, l’Amministrazione aveva ritenuto che l’erogazione del contributo fosse avvenuta in conseguenza di una condotta illecita tenuta dalla società consistente nell’utilizzazione di fatture soggettivamente inesistenti emesse da due ditte di lavori edili.
Pertanto, ritenendo di trovarsi dinnanzi a un reddito da provento illecito, le somme venivano riprese a tassazione ai sensi dell’art. 14, comma 4 della legge 537/93.

Inoltre, il contributo era stato considerato in sede di accertamento dagli uffici una sopravvenienza attiva e, per l’effetto, assoggettato a imposizione per cassa, e non per competenza secondo le regole generali del reddito d’impresa. Nel contempo, erano stati disconosciuti i costi in quanto direttamente connessi alla commissione di delitti dolosi e negata la detrazione dell’IVA.

In base a quanto previsto dall’art. 14 comma 4 della L. 537/93, i proventi che derivano da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo, se non già sottoposti a sequestro o confisca penale, devono intendersi ricompresi nelle categorie di reddito di cui all’art. 6 comma 1 del TUIR – se in esse classificabili – e sono determinati secondo le disposizioni riguardanti ciascuna categoria.

Per questa ragione, viene ritenuta illegittima la riqualificazione del provento da ricavo in relazione a ciascun anno d’imposta secondo il processo di ammortamento a sopravvenienza attiva, imponibile secondo il criterio di cassa. L’avvenuta percezione del contributo, ancorché di fonte illecita, non muta le regole di determinazione del reddito d’impresa, dunque continua a rappresentare un ricavo da tassare per competenza.
Affinché possa ritenersi applicabile l’art. 14 comma 4 della legge 537/93, è necessario vi sia un collegamento causale tra l’illecito e il provento.

Poiché nel caso di specie il nesso è stato dimostrato, essendo stata ravvisata l’indebita percezione del contributo ex legge 488/92 in conseguenza di una condotta illecita posta in essere dalla società per aver utilizzato fatture passive inesistenti, occorre sottoporre a tassazione l’intero provento, senza distinzioni di tipo quantitativo. Non può essere significativo il richiamo al concetto di provento del reato, anche perché l’imponibilità riguarda altresì i proventi derivanti da illecito civile o amministrativo (in ambito fiscale, in sostanza, rileva “qualunque introito derivante da un’attività astrattamente produttiva di reddito”).

Relativamente al recupero dei costi, la deduzione è però da ritenersi ammessa ai fini delle imposte sui redditi, in quanto, secondo giurisprudenza ormai consolidata, se il costo è sostenuto nell’ambito di una inesistenza di tipo soggettivo, comunque può essere dedotto non essendo direttamente funzionale alla commissione del reato. Invece, viene confermato il disconoscimento del diritto di detrazione, posto che viene violato il principio di cartolarità dell’IVA.

La Cassazione non fa distinzioni di tipo quantitativo

Il principio di diritto appena richiamato, relativamente al quale non constano precedenti, potrebbe suggerire una lettura estensiva della norma coerente con quanto sostenuto dall’Agenzia delle Entrate relativamente ai costi da reato. In occasione della circ. Agenzia delle Entrate 3 agosto 2012 n. 32 è stata sostenuta, infatti, l’indeducibilità non solo del costo direttamente collegato all’attività illecita, ma altresì del costo inizialmente sostenuto per l’acquisizione di fattori produttivi funzionali allo svolgimento di una attività lecita, che vengano in un secondo momento impiegati per il compimento di un reato, e, ancora, del costo sostenuto per l’acquisizione di beni o servizi diretti al compimento sia di attività lecite che di delitti non colposi.

TORNA SU