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Martedì, 7 dicembre 2021 - Aggiornato alle 6.00

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Ceriani: «Delega fiscale con principi giusti, ma la scatola va riempita»

L’ex Sottosegretario al MEF, che oggi aprirà i lavori del convegno «La riforma della tassazione dei redditi finanziari», commenta il Ddl. licenziato dal CdM

/ Savino GALLO

Giovedì, 7 ottobre 2021

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Con l’approvazione del disegno di legge delega per la riforma del Fisco, avvenuta due giorni fa in Consiglio dei Ministri, il Governo “butta la palla avanti”, creando una “cornice”, una scatola vuota che evoca “principi giusti”, ma che ora “ dovrà essere riempita”. Così, Vieri Ceriani, già Sottosegretario al MEF del Governo Monti nonché Consigliere per le politiche fiscali dei Ministri dell’Economia dei Governi Letta e Renzi, commenta con Eutekne.info l’ultimo provvedimento licenziato dall’Esecutivo Draghi.

Un disegno di legge fin troppo generico, come ha detto qualcuno?
“Non credo che il Governo avrebbe potuto fare molto di più alla luce del lavoro che è stato fatto dalle Commissioni parlamentari, con quel documento di sintesi pubblicato a luglio. Se si vanno a vedere le proposte specifiche avanzate dai vari gruppi parlamentari, ci sono posizioni molto differenti e vaghe. Cosa avrebbe potuto fare il Governo se non provare a razionalizzare quelle proposte?”

Anche un modo per non scontentare nessuno. Forse la vera battaglia si avrà sui decreti attuativi.
“Direi prima sull’approvazione della delega e poi sui decreti attuativi. Il Governo ha buttato la palla avanti, facendo un lavoro di sintesi con cui si è cercato di mediare tra le posizioni dei vari partiti. Questa delega è più un manifesto che una vera e propria delega in senso giuridico, perché è molto vaga. È l’inizio di un lavoro che andrà avanti anni”.

Quindi, non crede possano essere rispettati i termini (18 mesi per l’arrivo dei decreti attuativi) di cui la stessa delega parla?
“Guardi, il problema è politico. Ricordo che la riforma del 2014 era partita con il Governo Monti, che non riuscì ad attuarla per questione di tempi, ed è rinata successivamente come iniziativa parlamentare. Perché si era evidentemente maturato un consenso in Parlamento tra le forze politiche, tanto che l’articolo 2, sulla riforma del catasto, fu approvato all’unanimità”.

Salvo poi non attuarlo.
“Ma questo dipese da una scelta del Governo Renzi, la cui preoccupazione era quella di avere una ricaduta politica negativa. La riforma, che arrivò due volte in CdM, era impostata sulla parità di gettito. Noi avevamo immaginato di calcolare le nuove rendite, per poi abbatterle tutte con un coefficiente proporzionale in modo da riportare un totale uguale a quello delle vecchie. In questo modo, non ci sarebbe stato un aumento del gettito, ma ci sarebbe stata una redistribuzione. Alcune rendite sarebbero salite, altre scese. Quando c’è una redistribuzione, c’è sempre qualcuno che ci perde e quindi, a livello politico, non si è avuto il coraggio di procedere”.

Anche oggi sembra esserci la stessa preoccupazione, se il Premier Draghi si è affrettato a sottolineare che non cambierà nulla in termini di tassazione.
“Però è stato fatto un passo in avanti dicendo: le nuove rendite le calcolo ma finché il processo non è finito si applicano le vecchie. Quindi se ne riparlerà fra 5 anni, il che, come detto, significa buttare la palla in avanti, con la speranza che con il passare del tempo molti si rendano conto di poter guadagnare con le nuove rendite e che si crei consenso”.

In linea di principio lei è d’accordo con la riforma?
“Penso che, alla fine, un po’ di redistribuzione vada fatta, senza aumentare il carico ovviamente, ma è un fatto di civiltà. L’imposta patrimoniale sugli immobili esiste in molti Paesi ed è sempre basata su un catasto che periodicamente viene revisionato, perché altrimenti si creano delle distorsioni che rendono difficile la riscossione dei tributi ma anche la coesione sociale. Se è fatta a parità di gettito complessivo, è solo un’opera di razionalizzazione giustissima”.

Sulle imposte dirette, invece, si parla di sistema duale, progressivo sulle persone fisiche, proporzionale sui redditi di capitale, con la riproposizione di una nuova IRI, che c’era anche nella riforma del 2014, salvo essere abrogata ancor prima di entrare in vigore.
“Il sistema duale mi pare una buona impostazione, chiaro che poi va declinato, però gli obiettivi strategici sono giusti. Quanto all’IRI, di cui sono stato uno dei proponenti, mi pare ci sia un consenso quasi unanime sul fatto che andasse ripristinata, perché va nella direzione di assicurare una uniformità di trattamento indipendentemente dalla forma giuridica”.

Superare l’IRAP garantendo la copertura del fabbisogno sanitario, si può fare?
“Sull’IRAP il problema non è abolirla, ma sostituirla con forme di prelievo che, da un lato, garantiscano il finanziamento con tributi propri delle Regioni e, dall’altro, non riguardino semplicemente una categoria o un settore. Non può essere solo IRES, bisognerebbe che contribuissero in qualche modo anche le imprese individuali, a meno di non prevedere delle esenzioni. Ma sarebbe buffo prevedere che alcune categorie non debbano contribuire al finanziamento del sistema sanitario nazionale”.

Ma dove si troveranno le coperture anche per ridurre le aliquote degli scaglioni IRPEF?
“Indubbiamente il problema esiste, anche perché questo periodo di pandemia, dove tutto si può finanziare a debito, finirà. Per questo credo che il processo richiederà anni. I 18 mesi della delega, se c’è la volontà politica, possono diventare 36, ci sono mille modi per tenere il tavolo aperto”.

Oppure si potrebbe spostare la tassazione da lavoro e imprese ai consumi, come peraltro spesso ci sentiamo ripetere dall’OCSE.
“Questa è una scelta politica che questo Governo non può fare. Si vedrà più in là che piega prenderà il discorso, ma per ora il Governo si attesta sul non aumentare le imposte, quindi non credo voglia affrontare un discorso del genere. Nella delega si parla solo di una razionalizzazione delle aliquote IVA, che sarebbe comunque giusto fare per uniformare il trattamento di beni che sono equivalenti”.

Nella delega torna anche il tema dei testi unici, spesso ricorrente nell’attualità politica quando si parla di razionalizzazione e semplificazione del sistema fiscale. Ma perché poi non si riescono mai a fare?
“I testi unici esistono. Ma poi il legislatore si muove con norme extra-sistema, senza intervenire sui testi unici. Quindi il problema è di tecnica legislativa a monte. Ma c’è anche da dire che non basta collazionare le norme e metterle assieme. Perché ci sono incoerenze. Andrebbe fatta una razionalizzazione e quindi delle scelte, e questa non è un’operazione facile”.

Altro tema ricorrente è la lotta all’evasione fiscale. Quanto può davvero impattare la riforma su questo aspetto?
“Nella delega del 2014 era prevista la fatturazione elettronica. Ci sono voluti cinque anni per farla, ma ormai esiste, e l’evasione l’ha ridotta perché contrasta alcune delle forme più classiche di evasione e consente dei controlli più veloci e precisi. Due anni fa siamo passati dagli studi di settore agli ISA e questo ha prodotto un aumento di gettito significativo. Gli strumenti per un contrasto all’evasione efficace ci sono. Bisogna usare la digitalizzazione e le banche dati in modo efficace per rifare le analisi del rischio. Ma è ovvio che si tratta di una guerra che non finirà mai”.

A proposito di strumenti, a breve potrebbe tornare anche il redditometro.
“Non credo all’efficacia di questo strumento. È basato su troppe presunzioni ed è troppo impreciso. Può essere usato, secondo me, solo come ultima risorsa nel caso in cui si trovino attività illegali e non si hanno altri elementi se non presumere un reddito imponibile sulla base dei consumi e del tenore di vita. Ma come modo ordinario per fare accertamenti ho tanti dubbi”.

Tornando alla delega, nel documento si parla anche della riforma dei redditi finanziari, su cui oggi il Laboratorio Fiscale dai lei presieduto, assieme alla Fondazione Bruno Visentini, organizza un webinar. Cosa Proponete al riguardo?
“Di mantenere la tassazione cedolare, unificare i redditi diversi e redditi da capitale, uniformare il più possibile le aliquote e il trattamento tra i diversi strumenti e i diversi regimi. Poi c’è da valutare cosa si fa sui titoli di Stato. Ma se si vuole andare verso un sistema duale coerente, le aliquote dovrebbero essere gradualmente avvicinate”.

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