X

Informativa

Questo sito, e gli strumenti di terze parti richiamati, utilizzano cookie indispensabili per il funzionamento tecnico del sito stesso e utili alle finalità illustrate nella Cookie Policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie nella modalità sopra indicata.

Recupera Password

Non sei ancora registrato? Clicca qui

Lunedì, 6 luglio 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Sovrapprezzo compreso nell’aumento di capitale massimo agevolabile

Potrebbero ritenersi agevolabili gli aumenti di capitale mediante conversione di crediti vantati da parte dei soci e da terzi

/ Marco PEZZETTA

Martedì, 30 giugno 2020

x
STAMPA

download PDF download PDF

Il Ministro dell’Economia disciplinerà criteri e modalità di applicazione e di fruizione del credito d’imposta spettante ai sensi dell’art. 26 del DL 34/2020 (rafforzamento delle imprese di medie dimensioni). Nelle more di detto decreto e della conversione, si evidenziano alcuni aspetti che potrebbero essere oggetto di chiarimento.

Gli aumenti di capitale sociale in parola devono essere a pagamento. Almeno due riferimenti letterali potrebbero far ritenere che, oltre agli aumenti gratuiti, siano esclusi gli aumenti da liberarsi in natura. Il primo (art. 26 comma 1 lett. c) impone che l’aumento debba essere integralmente “versato” entro il 31 dicembre 2020. Il secondo riferimento, al comma 5, che, nel fissare il tetto massimo dell’aumento agevolabile, espressamente prevede il “conferimento in denaro”.

Sembra trattarsi di un aspetto da chiarire, posto che i conferimenti in natura potrebbero rispondere alla ratio dello strumento, come evidente ove il rafforzamento patrimoniale sia il risultato di operazioni di aggregazione effettuate con conferimenti di aziende o di partecipazioni. Nelle srl, il cui atto costitutivo preveda la possibilità di conferimenti non in denaro, ciò potrebbe dare luogo anche all’agevolazione degli apporti di opere e servizi, probabilmente utili per allargare la base sociale e, magari, coinvolgere i dipendenti nei processi di ristrutturazione e rilancio: la polizza assicurativa o la fideiussione bancaria che fanno le veci del versamento, ai sensi dell’art. 2464 comma 6 c.c., potrebbero soddisfare il rispetto dell’obbligo di esecuzione entro il 31 dicembre 2020 anche se la prestazione dovesse essere resa, almeno in parte, dopo.

Coerentemente con la lettura di cui sopra, a maggior ragione potrebbero ritenersi agevolabili gli aumenti di capitale mediante conversione di crediti (anche se effettuati prima dell’emanazione del DL 34/2020) vantati da parte dei soci e, perché no, da terzi. Non così, letteralmente, per le conversioni entro fine anno di prestiti obbligazionari convertibili, almeno nel caso in cui l’aumento di capitale a loro servizio sia stato assunto prima dell’entrata in vigore del DL 34/2020.

Non pare che rappresenti un problema l’emissione di particolari categorie di azioni o, nelle srl-PMI, di quote, mentre non sembrerebbe coerente con il profilo sistematico della disposizione agevolare l’emissione di strumenti finanziari partecipativi, anche se dotati di diritto di voto ex art. 2351 e, per quanto attiene alle assemblee speciali, art. 2376 c.c.

L’intervento dei terzi pare previsto, se non addirittura favorito, dalla previsione secondo la quale non possono beneficiare del credito di imposta le società che controllano (anche indirettamente) la conferitaria, sono sottoposte al comune controllo o sono collegate con la stessa ovvero da questa controllate: almeno nei gruppi si dovrebbe trattare spesso, quindi, di aumenti di capitale con esclusione o limitazione del diritto di opzione.
Nelle spa, l’art. 2441 comma 6 c.c., limitando l’analisi agli aumenti in denaro, prevede che detta esclusione (o limitazione) sia possibile purché una relazione dell’organo amministrativo ne illustri sia le ragioni che i criteri adottati per la determinazione del prezzo di emissione.

Nelle srl, invece, occorrerà valutare se non sia necessario un preventivo adeguamento dell’atto costitutivo, dato che l’art. 2481-bis comma 1 c.c. prevede che il diritto dei soci di sottoscrivere il capitale d’aumento possa essere limitato o escluso solo se espressamente previsto. In dottrina e giurisprudenza si ritiene che ciò non sia necessario in caso di decisione assunta dal 100% del capitale (cfr. Trib. Milano 14 febbraio 2019, che si riferisce, peraltro, al caso in cui ciò risulti da un accordo con i nuovi soci e non da una delibera), circostanza questa che, in re ipsa, esclude il diritto di recesso altrimenti spettante ai soci che non abbiano concorso ad assumerla. È interessante, al riguardo, la circostanza che l’esclusione del diritto di sottoscrivere il capitale di aumento non è consentita ove si tratti di una ricostituzione ex art. 2482-ter c.c.; fattispecie questa che, seppure gli effetti di tale articolo siano sospesi fino a fine anno, potrebbe essere motivo non infrequente di operazioni sul capitale.

Quanto all’importo dell’aumento agevolabile, l’art. 26, al comma 5, prevede che l’investimento massimo non possa eccedere 2 milioni di euro. L’utilizzo del termine “investimento” lascia intendere che lo stesso sia riferito al prezzo di emissione delle nuove azioni o quote, comprensivo del sovrapprezzo. D’altro canto, il divieto di distribuire riserve fino al 31 dicembre 2023, pena la decadenza dal beneficio, dovrebbe mettere al riparo da possibili abusi.
In un contesto in cui gli strumenti della c.d. fase 1 si basano essenzialmente sul capitale di debito, parrebbe non fuori luogo uno sforzo per allargare le maglie degli strumenti di rafforzamento patrimoniali della fase 2, viste anche le diffuse preoccupazioni in merito alla sottocapitalizzazione e alle ridotte dimensioni medie delle imprese del nostro Paese.

TORNA SU