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OPINIONI

Per riformare la curva IRPEF modello tedesco da conoscere al di là della forma

Guardando alla sostanza, dalle differenze tra i due sistemi emerge l’iper-progressività di quello italiano

/ Enrico ZANETTI

Mercoledì, 26 agosto 2020

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Di solito sono le discussioni sulla riforma della legge elettorale a mettere in campo i riferimenti al “modello tedesco”, piuttosto che a quello francese o spagnolo, ma questa volta pare tocchi alla discussione sulla riforma dell’IRPEF.

Il Ministro dell’Economia Gualtieri e quelli tra i partiti della maggioranza di Governo più sensibili a una riforma dell’IRPEF in senso ancora più progressivo (in contrapposizione a chi propone invece riforme di segno opposto) hanno infatti più volte parlato in queste ultime settimane di riforma dell’IRPEF ispirata al “modello tedesco”, affascinati probabilmente da una struttura formale del prelievo tedesco basata su una no tax area fino a circa 9.000 euro e un’aliquota variabile “continua” dal 14% al 42% nella fascia compresa tra 9.000 e 55.000 euro (che si stabilizza poi al 42% fino a circa 260.000 euro, per poi passare al 45%).

L’impressione è che questa infatuazione possa essere figlia anche di una consapevolezza limitata delle effettive differenze tra i due sistemi, per apprezzare le quali è però sufficiente, più di mille discorsi, affiancare il livello di prelievo tedesco e quello italiano in corrispondenza dei diversi livelli di reddito.

Rinviando sul punto alle tabelle allegate, si veda come, per un lavoratore dipendente single e senza carichi di famiglia, la curva della progressività tedesca non è molto dissimile da quella italiana: anzi, ironia della sorte per chi la propugna senza forse averla sufficientemente studiata, è pure meno progressiva.

Fino a 15.000 euro di reddito, un dipendente tedesco paga decisamente di più di un dipendente italiano, per il quale, dopo l’introduzione del “bonus 80 euro”, la curva del prelievo IRPEF effettivo comincia a erodere la retribuzione lorda solo una volta superati 11.635 euro.
Tra 15.000 euro e 25.000 euro le due curve si intersecano, restando però molto vicine, dopodiché da 25.000 euro fino a 65.000 euro è il dipendente italiano a pagare decisamente di più di quello tedesco.

Per i redditi più elevati, fino a circa 500.000 euro, le due curve tornano invece a coincidere.
La prima considerazione è dunque che, se si guarda al modello tedesco solo dal punto di vista formale (perché piace di più il modello tedesco dell’aliquota variabile, rispetto a quello italiano delle aliquote fisse per scaglioni, integrate da detrazioni decrescenti) si sta facendo filosofia più che sostanza.

Se invece si guarda anche alla sostanza del disegno della curva della progressività, la seconda considerazione è che, contrariamente a chi afferma che in Italia ci vuole ancora più progressività, trova conferma l’iper-progressività del sistema italiano, nel quale, pur di non far pagare praticamente nulla ai redditi bassi, si tartassano i redditi medi.

Far pagare poco a chi ha poco è sacrosanto, ma fargli pagare nulla a prezzo di far pagare troppo a chi qualcosa ha, senza per questo essere addirittura “ricco”, è la cartina di tornasole di un Paese che confonde il nobile principio della progressività con la non nobile pretesa di un livellamento verso il basso che trascina giù tutti.
A ciò si aggiunga l’esagerata e ingiustificata ampiezza della differenza di prelievo, in corrispondenza dei redditi di fascia bassa, tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi.

La terza considerazione è che la vera e macroscopica differenza del modello tedesco (ma anche di quello francese), rispetto al modello italiano, sta nella assai diversa valorizzazione del “fattore famiglia”.
Se il lavoratore tedesco, invece che essere single e senza carichi di famiglia, ha coniuge e 2 figli a carico, ha un trattamento fiscale profondamente diverso dal suo omologo che, con la stessa disponibilità di reddito, mantiene soltanto se stesso.
Fino a quasi 40.000 euro non paga e anzi riceve una integrazione di reddito per il tramite del meccanismo dell’imposta negativa.
E le enormi differenze permangono, giustamente, anche in corrispondenza di redditi elevati: con 100.000 euro di reddito, il lavoratore single paga circa il 36%, il lavoratore con coniuge e due figli a carico paga circa il 21%.

In Italia il “fattore famiglia” viene valorizzato assai meno

In Italia, invece, il “fattore famiglia” viene valorizzato assai meno in corrispondenza di redditi bassi e medi e addirittura scompare del tutto in corrispondenza di redditi alti, perché l’errore (da matita blu) del nostro sistema è quello di non capire che il “fattore famiglia” non può essere un elemento che concorre alla perequazione verticale (cioè riducendo il divario del “netto” tra livelli di reddito diversi), bensì deve essere un elemento che determina una perequazione anche orizzontale tra soggetti che hanno lo stesso livello di reddito, ma nuclei familiari assai diversi da mantenere con quel “reddito uguale”.

In definitiva, se si entra nel merito dei temi, una riforma dell’IRPEF italiana dovrebbe partire da cose che, chi conosce il fisco, sa bene:
- un riequlibrio della progressività tra redditi bassi e redditi medi, a favore però dei redditi medi, non dei redditi bassi;
- la riduzione del divario del prelievo tra dipendenti e autonomi in corrispondenza dei redditi bassi;
- una adeguata valorizzazione del “fattore famiglia”, con una intensità differenziale che deve permanere anche in corrispondenza dei redditi medi e alti.

Quando si sentirà parlare di queste cose, piuttosto che genericamente di “modelli alla tedesca”, si potrà persino pensare che i lavori siano partiti sul serio.

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