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EDITORIALE

I «conti in tasca» alla manovra correttiva

/ Enrico ZANETTI

Mercoledì, 9 giugno 2010

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Per l’audizione del CNDCEC sul DL 78/2010 in commissione finanze del Senato, abbiamo cercato di dimostrare, numeri alla mano, perché è opportuno non caricare di eccessiva enfasi i sacrifici che questa manovra correttiva impone, così come è opportuno smettere di fare un uso improprio, dal punto di vista finanziario, della lotta all’evasione fiscale.
Abbiamo cercato di farlo con le armi che sono il biglietto da visita dei commercialisti italiani: la linearità nei ragionamenti e la semplicità nello sviluppo dei passaggi, grazie alla quale si riescono a spiegare questioni intrinsecamente tecniche anche a chi tecnico non è.
La manovra correttiva da 24,9 miliardi di euro, varata per il biennio 2011-2012, ha l’obiettivo dichiarato di riportare il rapporto deficit / PIL italiano sotto al 3% nel 2012, per la precisione al 2,7%.

Sul fatto che la manovra possa consentire di raggiungere l’obiettivo, non vi sono dubbi di sorta. Il punto è: siamo consapevoli che questo risultato implica che, nel 2012, continueremo a produrre un deficit annuo compreso tra i 40 e i 50 miliardi di euro? Certo, meglio degli 81 miliardi di euro di deficit del drammatico 2009, ma se il massimo della vita, in anni di stimata (e sperata) normalità economica, è per noi continuare a stratificare una cinquantina di miliardi di euro sul debito già sino ad oggi accumulato, allora vuol dire che di indici e rapporti macroeconomici potremo felicemente morire.
I sacrifici imposti da questa manovra non sono gli ultimi, ma soltanto i primi, perché, col debito che abbiamo già sciaguratamente accumulato, un deficit di 50 miliardi di euro non ce lo possiamo più permettere, nemmeno se rappresentasse l’1% del PIL, anziché il 2,7%. D’altro canto, è ormai chiaro a tutti che la riduzione del deficit annuale (e magari un giorno del debito, se saremo così bravi da arrivare un giorno a chiudere con degli avanzi, come altri Paesi sono capaci di fare, negli anni di normalità economica) può essere perseguita soltanto con la riduzione della spesa.

Prendiamo i c.d. “PIGS” (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), ossia i Paesi europei più a rischio default. Ogni volta che l’Italia è stata associata ai PIGS si è sempre sottolineato come il rapporto deficit / PIL del nostro Paese non sia nemmeno paragonabile con il loro: sul 2009, infatti, il rapporto deficit / PIL italiano è stato pari al 5,31%, mentre quello dei “PIGS” oscilla tra il 9,43% del Portogallo e il 14,28% dell’Irlanda, passando per l’11,19% della Spagna e il 13,52% della Grecia.
Tutto giusto e condivisibile, peccato però che, mentre in quel medesimo anno l’Italia ha registrato una pressione fiscale “ufficiale” sul PIL del 43,19%, i “PIGS” hanno invece registrato una pressione fiscale “ufficiale” compresa tra il 29,11% dell’Irlanda e il 35,89% del Portogallo (passando per il 32,08% della Grecia e il 32,09% della Spagna).
In altre parole, questi Paesi, per ridurre i propri abnormi deficit, hanno la possibilità di scegliere la via dell’incremento della pressione fiscale di molti punti percentuali, senza per questo giungere a soglie di prelievo più insostenibili di quelle già ora praticate dall’Italia.
Cosa accadrebbe ai PIGS se portassero la loro pressione fiscale “ufficiale” sui rispettivi PIL al livello di quella che già oggi esercita l’Italia sul suo? Altro che il nostro 5,31% del 2009, oppure il nostro “agognato” 2,7% nel 2012: il Portogallo starebbe sereno al 2,13%, l’Irlanda se la riderebbe allo 0,20%, la Grecia avrebbe un encomiabile 2,41%, la Spagna sarebbe praticamente in pareggio allo 0,09%.
Questo non vuol dire, in modo disfattistico, che l’Italia è addirittura messa peggio dei PIGS, ma semplicemente che, per migliorare la propria situazione di finanza pubblica, l’Italia ha paradossalmente meno opzioni dei PIGS, i quali possono decidere di ridurre il proprio deficit anche rinunciando alle politiche di contenimento della pressione fiscale sino ad ora condotte, laddove invece l’Italia non ha alternative alla riduzione della spesa, perché la carta della crescita della tassazione se l’è già giocata a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

In questo quadro, si inserisce la seconda delle osservazioni critiche alla manovra, ma, in senso più ampio, a una concezione tanto bipartisan quanto sbagliata che deve essere necessariamente superata: la lotta all’evasione fiscale non deve essere utilizzata come fonte di finanziamento della riduzione del deficit, come invece accade ancora una volta anche in questa manovra, per circa 8 miliardi di euro (un terzo del totale della correzione dei conti pubblici). Deve invece andare interamente a finanziare interventi di riduzione della pressione fiscale per chi già paga le imposte, sotto forma di riduzioni di aliquote alle famiglie.
Oppure, a seconda delle scelte di politica economica, deve andare a finanziare l’introduzione di incentivi per quella crescita economica che, essa sola, può generare il volano di entrate aggiuntive idonee a ridurre ulteriormente il deficit, insieme ai tagli di spesa, nell’invarianza della pressione fiscale complessiva.
Diversamente, le maggiori entrate determineranno nulla più che un aumento della già elevata pressione fiscale complessiva; oppure, detto in altri termini, determineranno la progressiva emersione della pressione fiscale “effettiva” che grava oggi in Italia sull’economia “ufficiale”, la quale nel 2009 non è stata pari alla comunque elevata soglia del 43,19%, bensì all’ancor più insostenibile soglia del 51,56%, come già in passato abbiamo avuto modo di dimostrare.

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