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Domenica, 26 settembre 2021 - Aggiornato alle 11.50

EDITORIALE

Nessun rimpianto se salta la cedolare secca sulle locazioni immobiliari

/ Enrico ZANETTI

Mercoledì, 15 dicembre 2010

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Sembra allontanarsi la possibilità che venga concretamente introdotta la cedolare secca del 20% sulle locazioni immobiliari, prevista nell’ambito dei decreti di attuazione del federalismo fiscale.

Al di là di alcune problematiche di natura tecnica illustrate nei giorni scorsi dal direttore dell’Agenzia delle Entrate (si veda “Cedolare secca sugli affitti, i profili di criticità” del 7 dicembre 2010), il nodo principale è il costo del provvedimento per il bilancio dello Stato, stimato in un intorno di 550 / 600 milioni di euro: non pochi di questi tempi.

Se così dovesse essere, ebbene, non la rimpiangeremo. È infatti una disposizione che amplificherebbe ulteriormente la sperequazione già esistente tra redditi di derivazione patrimoniale (quali le rendite finanziarie e, appunto, i proventi immobiliari) e i redditi di lavoro, sia esso svolto in forma dipendente, autonoma, oppure organizzato in forma di micro o piccola impresa.

Il riequilibrio della tassazione delle rendite patrimoniali con quella dei redditi di lavoro è fondamentale.
Sia a sinistra che a destra nessuno ha però ancora capito perché.
Qui non si tratta di fare battaglie di giustizia sociale a sfondo più o meno proletario, ma di dare ossigeno al ceto produttivo medio e medio-alto che costituisce la spina dorsale del Paese.
L’attuale squilibrio non colpisce infatti le masse di coloro che dichiarano ogni anno i 12.000 o i 18.000 euro, perché la tassazione di questi proventi è sostanzialmente allineata sia che derivino da attività di lavoro o di impresa, sia che derivino da rendite di piccoli patrimoni mobiliari o immobiliari che sono frutto dei risparmi di una vita.
Tra deduzioni e detrazioni, infatti, anche i redditi di lavoro o di impresa di 12.000 o 18.000 euro l’anno sono tassati nella forbice tra il 12,5% e il 20% che caratterizza la tassazione, rispettivamente, delle rendite finanziarie e di alcuni proventi immobiliari.

Chi può dirsi letteralmente fregato dal sistema attuale è quella minoranza di coloro che, stando da mattina a sera in ufficio, in studio o in azienda, guadagnano (e onestamente dichiarano) i 50.000, i 70.000 o i 100.000 euro all’anno.
Per loro, infatti, la tassazione si colloca stabilmente al di sopra del 30%, fino a raggiungere circa il 45%, mentre chi ritrae, dal proprio ingente patrimonio mobiliare, rendite finanziarie di pari importo rimane comunque tassato al 12,5%.
Come è possibile che un lavoratore o un imprenditore che si spacca la schiena per guadagnare bene, producendo beni o servizi e creando così al contempo nuova ricchezza anche per altri, paghi imposte fino a quasi quattro volte di chi i suoi 100.000 euro annui di rendita se li ricava magari da un rendimento tutto sommato tranquillo al 2% di un patrimonio di 5 milioni di euro?

Alziamo di un poco le imposte a questi ultimi e usiamo gli introiti per ridurle di un poco ai primi.
Fino a quando obbligheremo il ceto medio e medio-alto di questo Paese, che lavora, produce e persino dichiara al fisco i propri guadagni, a pagare sia per chi ha di meno sia per chi ha di più?

Indebolire il ceto medio produttivo vuol dire non avere mobilità sociale

Un Paese che distrugge il proprio ceto medio produttivo è un Paese che distrugge in partenza ogni possibilità di mobilità sociale, perché, se tra il piano terra e l’attico viene fatta piazza pulita, solo vincendo al superenalotto si potrà sperare di passare tutto d’un colpo dal primo al secondo.

Diciamo spesso che, in questo Paese, chi ha di più ha sempre di più e chi ha di meno ha sempre di meno, così come diciamo che la classe media sta scomparendo e che chi ha risorse preferisce fare finanza o speculazioni immobiliari, piuttosto che intraprendere nuove iniziative produttive.
Bella forza: abbiamo un sistema fiscale che è tarato apposta perché ciò accada.

Anziché continuare a renderci tutti un po’ ridicoli, riducendoci a meri certificatori dell’ovvio e analisti dell’evidenza, possiamo prendere in considerazione di modificare ciò che concorre a determinare il crearsi di queste situazioni?
Il primo passo per riuscirci è riconoscere che queste idee sono semplicemente giuste da qualunque parte le si guardi.
E non giocare invece ad etichettarle di sinistra se si è di destra (perché si predilige il lavoro sul patrimonio) e di destra se si è di sinistra (perché si vogliono ridurre le tasse sugli scaglioni più elevati e non sui meno elevati).

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