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Mercoledì, 21 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Costruire il nostro patibolo o governare la fattura elettronica?

/ Giancarlo ALLIONE

Venerdì, 10 novembre 2017

L’aliquota IVA ordinaria nel 1973 era il 12%. Oggi è del 22% (quasi il doppio), mentre si combatte per scongiurare ulteriori aumenti fino al 25% passando per aliquote piene di curiosi decimali.

Dallo studio della Ragioneria dello Stato “La Spesa dello Stato dall’Unità d’Italia” (gennaio 2011) apprendiamo che la spesa complessiva del bilancio dello Stato italiano nel 1973 era (a prezzi 2009 per neutralizzare l’inflazione) di 159 miliardi di euro. Nel 2009 la spesa complessiva del bilancio dello Stato è stata di 699 miliardi (vale a dire più del quadruplo). A prezzi correnti, nel 2015, la spesa pubblica è stata di 850 miliardi (più del quintuplo del 1973 e quasi il doppio del 1982 quando fu di 419 miliardi).

Come si vivesse nel 1982 lo ricordo bene. In ogni caso non mi pare che allora si fruisse della metà dei servizi di oggi. O, per dirla al contrario, non mi pare che oggi ci sia il doppio delle scuole, degli ospedali, delle strade. Non mi pare nemmeno ci si senta il doppio più sicuri, o l’esercito abbia raddoppiato gli effettivi e le dotazioni di armamenti, o le aiuole, i fossi, le strade, gli edifici pubblici abbiano una manutenzione doppia, oppure che i processi durino la metà. Mi pare piuttosto che grossomodo gli stessi servizi costino semplicemente il doppio e sicuramente, ma non è una consolazione, che siano aumentati a dismisura i trasferimenti per pensioni non coperte da contributi.

Ecco allora che, ogni anno, Ministri, funzionari e loro consulenti si aggirano fra le pieghe del bilancio e i portafogli della popolazione attiva alla ricerca di qualche miliardo aggiuntivo per non deludere le aspettative di nessuno. In questo immane sforzo, tutto si giustifica per portare soccorso a quella incontenibile spesa pubblica che, come la lupa che impedì a Dante un veloce viatico verso il paradiso obbligandolo a tornare indietro e passare prima per l’inferno, “non empie mai la bramosa voglia e dopo il pasto ha più fame che pria”.

Per questo non mi lascia del tutto sereno la grande eccitazione del Fisco verso la fattura elettronica. Pensano evidentemente di aver trovato l’uovo di Colombo, per poter raggiungere più facilmente, quali che siano, i loro obiettivi di gettito, certamente migliorando anche la lotta all’evasione fiscale.
Come non lascia affatto sereni la perfettamente comprensibile spinta delle software house nella medesima direzione. La sensazione è di essere come in mezzo a due ganasce che finiranno per pinzarti in modo irreversibile, più di quanto non sia ora.

Il cammino da fare è ancora molto lungo e le cose non sono così semplici come sembra. La gestione del ciclo passivo è molto complessa. Le fatture contengono elementi (a partire dal codice articolo, per esempio) che variano da azienda ad azienda e che sono quindi difficilmente standardizzabili. Un vero risparmio di tempo si avrà solo con la completa automazione del ciclo passivo, ma per questo occorre un accordo diretto fra chi emette e chi riceve la fattura, in modo che questa contenga tutti gli elementi necessari alla registrazione non solo in contabilità generale, ma anche in quella di magazzino e nel sistema degli impegni finanziari (modalità di pagamento, scadenze di incasso e pagamento ecc.). Tutto questo è da fare fornitore per fornitore. Non di rado il fornitore dirà al cliente inesperto di rivolgersi... al suo commercialista.

Quando la fatturazione elettronica entrerà in vigore, a noi spetterà, come di consueto, il compito di portare tutte le sei milioni di partite IVA alla gestione di questo adempimento. Passeremo i nostri prossimi quattro o cinque anni a fare formazione, a controllare e smistare file, a convincere idraulici riottosi.
Il progresso non si può arrestare, ma noi commercialisti come dobbiamo muoverci in questo contesto completamente mutato?

In primo luogo dovremmo farci pagare da qualcuno, vincendo l’obiezione che non riusciamo già a farci pagare gli onorari di oggi. È un servizio completamente nuovo e come tale dovrà essere trattato. Poi, come da più parti suggerito, dovremmo contribuire a governare il processo, evitando di subire come sempre scelte fatte altrove.

Tuttavia non riesco a togliermi dalla testa che (vedi spesometro) finiremo in perfetto ordine sparso a costruire con la precisione e la dedizione che ci contraddistinguono il patibolo su cui avverrà la nostra esecuzione. Nulla intervenendo di nuovo, renderemo possibile, per l’Agenzia delle Entrate, disporre di un database perfettamente funzionante e controllato, con cui potranno poi fornire gratuitamente (rectius a spese della collettività) i nostri servizi alle imprese (tenere la contabilità, fare i dichiarativi...), sbandierando il successo dell’iniziativa sui giornali.

Una domandina aggiuntiva sul senso profondo di tutto questo e dell’ennesimo sforzo che ne deriverà per tutti noi non può che sorgere spontanea. Una piccola riflessione, solo per evitare che il tutto si traduca banalmente nell’ennesimo miliardo in più esentasse alle multinazionali del software e ai loro accoliti e in qualche migliaio di disoccupati in più in Italia, per il cui sussidio di disoccupazione occorrerà poi aumentare di nuovo l’IVA e quindi darsi da fare per evitare che i contribuenti cerchino di sottrarla alle pretese erariali.

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