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Lunedì, 22 luglio 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

La fatturazione elettronica senza commercialisti

/ Giancarlo ALLIONE

Giovedì, 26 aprile 2018

Le cose che dirò sono di assoluta retroguardia. Hanno lo stesso rango di ciò che pensava la volpe quando, non arrivando all’uva, aveva concluso che non era matura. Coloro che amano il futuro 4.0, quello che abbiamo cominciato ad assaggiare con l’apoteosi telematica, non perdano tempo a leggere oltre.

Il test della fattura elettronica alla P.A. non lascia dubbi. Tutto automatico, niente costosi software, niente biro che si scaricano sul più bello, niente faldoni che non sai dove mettere. Risparmi di tempo e carta a iosa.
Ed era solo un assaggio. Pensate quando sarà tutto così. Solo file in un repository da scaricare. Un paio di invii e la contabilità sarà generata in automatico senza errori e senza controlli, senza più impiegati cui dare da vivere. Un colpo di pollice e la dichiarazione IVA sarà prodotta e inviata, tutta, tutta giusta, e così la dichiarazione dei redditi. Uno sguardo nella telecamerina per mostrare che tu sei tu, e via.

Subito dopo, però, la domanda sorgerà spontanea. Perché perdere altro tempo, tanto i conti se li fa il computer sono giusti. Perché non procedere direttamente con il prelievo sul conto? Senza passare per obblighi dichiarativi, tanto che mai ci sarà ancora da dichiarare quando tutto sarà dichiarato runtime, fattura per fattura, scontrino per scontrino. E allora perché aspettare il fine mese? Perché non prelevare una somma forfetaria ad ogni fattura, ad ogni scontrino? Magari con lo 0,5 di commissione alla banca e 5 centesimi ogni fattura alla società di software. Nell’era del reddito di cittadinanza, è chiaro che chi ha fatto una fattura o uno scontrino almeno un po’ deve aver lavorato, quindi deve pagare. Perché allora attendere, quando puoi prelevargli subito qualcosa? Perché aspettare ancora, quando il paradiso è dietro l’angolo?
Certo, la fattura elettronica si deve fare. Tanto vale allora farla subito, tutti, tutti insieme. Sei milioni di partite IVA e centoventimila commercialisti. Abbiamo addirittura avuto l’autorizzazione dalla Ue a farla prima degli altri (?!!).

Chissà perché tutta questa fretta. L’informatizzazione dei processi nei tribunali ha richiesto decine di anni e rimane ancora molto da fare, mi sembra. Ricordo le sperimentazioni svolte dai tribunali pilota, poi l’allargamento progressivo. Solo per dirne un paio, se vuoi prenotarti una visita dal tuo medico di base, devi telefonare o passare di persona, negli orari ovviamente fissati in funzione delle loro esigenze e mai delle tue. Se il cliente o l’inquilino non ti pagano, occorrono anni per avere una sentenza e raramente si potrà avere un risultato.
Per noi invece no. Noi tutti e tutto, subito. Perché?

Lasciamo stare il pretesto della lotta all’evasione. Due mesi fa l’Ufficio Impatto del Senato, insieme al Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha pubblicato uno studio secondo cui le somme non dichiarate al fisco hanno superato quota 132 miliardi. Milioni di telematici non hanno sortito alcun effetto.
E che dire di split payment, reverse charge, DURC, certificati antimafia, titolari effettivi e responsabili privacy da individuare?
Ogni giorno politici, imprenditori, funzionari pubblici vengono arrestati a dozzine la volta. Il World Economic Forum al report Ethics and corruption 2017-2018 colloca l’Italia all’81° posto. Sarebbe fantastico sapere quanti file telematici trasmettono nei paesi che ci precedono, se hanno il Durc o lo splitpayment. Solo per verificare quanto ci manca per arrivare nei primi 40.

Ma la fattura elettronica s’ha da fare, e si farà. E i commercialisti non devono subirla supinamente, ma esserne i protagonisti, trasformando il problema in un’opportunità.
Esatto. Bisogna governare il processo, ma governare il processo non vuol dire solo sobbarcarsi attivamente il lavoro di avviamento, quando non di supplenza, che sarà necessario fare con milioni di piccole e piccolissime imprese sperando di riuscire a farselo pagare (il che sarebbe già molto).
Governare il processo significherebbe in primo luogo partecipare alla definizione di modalità e, soprattutto, tempistiche di attuazione e, a fronte di una gestione condivisa, anche assumere impegni espliciti di collaborazione. Invece, il legislatore e tutti gli enti preposti, come di consueto, si sono comportati come se i commercialisti non esistessero.

Se però non esistiamo, allora forse potrebbe essere la volta di puntare un po’ i piedi. Nulla intervenendo di nuovo, per questa volta, non ci scervelleremo a trovare la soluzione migliore, a spiegare a questo o quello cosa deve fare.
Solo per questa volta, perché non prendere tutti ogni nostro cliente e con lui recarci all’Agenzia delle Entrate, al MEF, all’Agenzia per l’Italia digitale, o dove volete, a chiedere come si deve fare? Sei milioni di appuntamenti, possibilmente all’ultimo minuto o un po’ in ritardo. Quattro o cinque milioni di ore di colloquio, esponendo problemi, esigendo soluzioni sottoscritte con l’impegno a risarcire se non dovessero andare bene.

Sarà una bella festa, tutti in coda fuori dagli uffici, magari con le televisioni, i sacchi a pelo e i furgoncini che vendono panini, tanto per provare davvero cosa si prova a fare senza commercialisti.

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