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Martedì, 27 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

Non sempre facile distinguere tra trasferimenti successori e condizionati alla morte

/ Anita MAURO

Lunedì, 28 settembre 2020

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L’imposta di successione colpisce i trasferimenti di beni e diritti per successione a causa di morte (art. 1 comma 1 del DLgs. 346/90).
È importante rilevare che, però, ricadono nell’ambito oggettivo di applicazione dell’imposta solo i trasferimenti direttamente derivanti dalla morte e non quelli che siano “occasionati” dalla successione. In alcuni casi, infatti, l’apertura della successione (la morte di un individuo) configura solo la condizione o il termine di un’attribuzione che, però, non avviene direttamente per effetto della morte.

Tale distinzione, chiara nella sua enunciazione, non è sempre agevole da applicare.
Ad esempio, nel caso dell’assicurazione sulla vita, la morte dell’assicurato è la condizione per il pagamento del premio, da parte dell’assicuratore, ma l’obbligazione di pagamento è sorta con il contratto di assicurazione e non per effetto diretto della successione (cfr. Cass. 21 dicembre 2016 n. 26606); le attribuzioni, infatti provengono dal patrimonio dell’assicuratore e non dall’attivo ereditario o dai beni del defunto (Cass. 15 ottobre 2018 n. 25635).

Ancora, a norma dell’art. 2122 c.c., in caso di morte del lavoratore, il TFR deve essere devoluto al coniuge, ai figli e, se vivevano a carico del prestatore di lavoro, ai parenti entro il terzo grado e agli affini entro il secondo grado. In tal caso, il trasferimento del TFR ai figli, ad esempio, non avviene per effetto della successione, bensì per effetto delle disposizioni di legge su indicate (cfr. ris. Agenzia delle Entrate 6 febbraio 2009 n. 36).

Nei casi sopra elencati, l’acquisto, da parte del beneficiario, avviene iure proprio (ovvero, per diritto proprio) e non iure hereditario (ovvero, per diritto ereditario): per questo motivo, tali attribuzioni sono sottratte all’imposta sulle successioni.

Questa esclusione, in taluni casi, ha trovato espresso riscontro da parte del Testo unico sull’imposta di successione (anche se, a rigore, l’esclusione era già desumibile dal presupposto oggettivo dell’imposta).
L’art. 12 comma 1 lett. c) del DLgs. 346/90, infatti, esclude espressamente dall’attivo ereditario le indennità:
- di cui agli art. 1751 ultimo comma c.c., che riguarda la devoluzione agli eredi dell’indennità per cessazione del rapporto di agenzia in caso morte dell’agente;
- di cui all’art. 2122 c.c., a norma del quale il TFR (art. 2120 c.c.) e l’indennità per mancato preavviso del recesso del contratto di lavoro a tempo indeterminato (art. 2118 c.c.), in caso di morte del lavoratore, devono essere devolute al coniuge, ai figli e, se vivevano a carico del prestatore di lavoro, ai parenti entro il terzo grado e agli affini entro il secondo grado;
- spettanti per diritto proprio agli eredi in forza di assicurazioni previdenziali obbligatorie o stipulate dal defunto.

Le attribuzioni per diritto proprio vanno distinte da quelle per successione

In molti altri casi, invece, l’esclusione non è espressamente ribadita da alcuna norma, ma va desunta proprio dalla considerazione del titolo giuridico in forza del quale avviene l’acquisto, ovvero valutando la natura assunta dall’apertura della successione (condizione, termine ecc.) nel contesto della fattispecie considerata.
Ad esempio, come illustrato dalla Cassazione 12 luglio 2019 n. 18831, non configura un’attribuzione mortis causa il c.d. “trust successorio”, istituito per trasmettere, alla morte del disponente, il suo patrimonio agli eredi: si tratta, invece, di un atto inter vivos che non viola il divieto di patti successori di cui all’art. 458 c.c.

Quindi, il fatto che, in una determinata vicenda traslativa, sia implicata l’apertura della successione, non è sufficiente a configurare il presupposto oggettivo dell’imposta sulle successioni; bisogna, infatti, valutare se il trasferimento avvenga effettivamente “per causa di morte” oppure (come nel caso del trust successorio di cui sopra) la morte configuri la condizione di efficacia di un trasferimento che costituiva oggetto di un negozio stipulato in vita del defunto.

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