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Domenica, 24 gennaio 2021

FISCO

Holding con test di prevalenza in termini relativi

Primo intervento dell’Agenzia delle Entrate sul tema dopo l’introduzione nel TUIR dell’art. 162-bis

/ Gianluca ODETTO

Giovedì, 14 gennaio 2021

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La risposta a interpello dell’Agenzia delle Entrate n. 40 di ieri, 13 gennaio 2021, fornisce per la prima volta un orientamento dell’Agenzia delle Entrate in merito alla qualificazione delle società tra le società di partecipazione non finanziaria (c.d. holding industrali) o tra le società di partecipazione finanziaria, a seconda della tipologia di investimenti effettuati.

La risposta evidenzia in premessa, accogliendo l’impostazione sin qui prevalente sul punto, che per la valutazione dei requisiti posti allo scopo dall’art. 162-bis del TUIR occorre prendere a riferimento i dati dello stesso bilancio dell’esercizio per cui si presenta la dichiarazione. Così, ad esempio, per valutare la natura fiscale di una società con esercizio sociale coincidente con l’anno solare per l’anno 2020, i dati rilevanti sono quelli del bilancio chiuso al 31 dicembre 2020, ancorché questo bilancio venga poi approvato nel 2021.

L’interesse del documento, come detto, verte però sulla valutazione del requisito della prevalenza. L’art. 162-bis comma 2 del TUIR ricomprende, infatti, tra le società di partecipazione finanziaria (sostanzialmente assimilate agli intermediari finanziari “veri e propri”) le società per cui l’ammontare complessivo delle partecipazioni in intermediari finanziari e degli elementi patrimoniali “connessi” (es. finanziamenti), unitariamente considerati, risulta superiore al 50% del totale dell’attivo patrimoniale; diversamente, l’art. 162-bis comma 3 considera società di partecipazione non finanziaria le società per cui l’ammontare complessivo delle partecipazioni in soggetti diversi dagli intermediari finanziari e degli elementi patrimoniali connessi risulta superiore al 50% dell’attivo.

La situazione esaminata dalla risposta n. 40/2021 è comune a moltissime società, in cui l’attivo patrimoniale è investito in larga parte in partecipazioni, ma nessuno dei due “blocchi” (quello delle partecipazioni in imprese bancarie e finanziarie e quello delle partecipazioni in società industriali, commerciali e di servizi) eccede il 50% del totale dell’attivo stesso. Ipotizzando, ad esempio, in 100 il totale dell’attivo, in 45 la parte dello stesso investito in azioni FCA, in 40 la parte investita in azioni Intesa Sanpaolo e in 15 le rimanenti attività, una lettura testuale delle disposizioni porterebbe a concludere che la società non possa rientrare in nessuna delle categorie disciplinate dall’art. 162-bis del TUIR, in quanto nessuno dei test previsti nei commi 2 e 3 della disposizione è verificato.

L’opinione espressa dall’Agenzia delle Entrate è invece quella per cui occorre prima valutare se le partecipazioni detenute siano, nel loro complesso, superiori al 50% del totale dell’attivo; se questo test è superato si inquadra, poi, il soggetto tra le holding industriali se le partecipazioni in società industriali, commerciali e di servizi eccedono quelle in società bancarie e finanziarie. Riprendendo la semplice esemplificazione posta, la società si qualificherebbe come società di partecipazione, in quanto l’85% dell’attivo è rappresentato da partecipazioni; posto, poi, che gli investimenti in azioni FCA sono superiori a quelli in azioni Intesa Sanpaolo, la società sarebbe inquadrata tra le società di partecipazione non finanziaria ai sensi dell’art. 162-bis comma 1 lett. c) del TUIR.

Il documento in esame non scioglie, però, due problemi di fondo. In primo luogo, l’Agenzia sembra riprendere l’orientamento della circ. Assoholding n. 2/2019, secondo cui la qualifica di holding finanziaria o di holding industriale dovrebbe essere attribuita ponendo a confronto le due tipologie di partecipazioni detenute in termini relativi (assegnando, quindi, nel caso concreto lo status di holding industriale in quanto il rapporto tra 45 – il valore delle partecipazioni in società non finanziarie – e 85 – il valore complessivo delle partecipazioni – eccede il 50%). Il principio porterebbe però a fare mutare la veste della società in holding finanziaria se, banalmente, si smobilizzasse un importo di 3 in azioni FCA per acquistare il medesimo controvalore in azioni bancarie per semplici valutazioni di convenienza delle quotazioni sui mercati finanziari, quando nella sostanza l’attività della società è sempre la stessa.

Una impostazione alternativa era stata suggerita nella circ. Federholding n. 3/2019, secondo cui:
- la società assumerebbe lo status di holding finanziaria solo se vengono rispettati i requisiti dell’art. 162-bis comma 2 nella sua formulazione testuale (e, quindi, se le partecipazioni in intermediari finanziari eccedono il 50% del totale dell’attivo, e non invece il 50% del totale delle partecipazioni);
- in tutti gli altri casi (in cui comunque il valore complessivo delle partecipazioni eccede il 50% dell’attivo), la società rientrerebbe tra le società di partecipazione non finanziaria, vista a questo scopo come categoria “residuale” delle società di partecipazione.

Il secondo “fantasma” che aleggia dalla lettura della risposta riguarda le partecipazioni quotate (presenti nella maggior parte dei bilanci delle società di partecipazione o presunte tali), che da alcune parti si suggerirebbe di escludere dal test di prevalenza. Nel ricordare che, con la risposta all’istanza di consulenza giuridica n. 15/2020, partecipazioni quotate e non quotate (purché iscritte tra le immobilizzazioni) sono state equiparate ai fini degli obblighi di comunicazione all’Anagrafe tributaria, la questione non è invece stata affrontata per quanto riguarda il test di prevalenza, mantenendo quindi lo stato di incertezza sul tema.

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