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Mercoledì, 25 novembre 2020 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Tra manovre di carta, avanza una società che di «civile» ha ben poco

/ Enrico ZANETTI

Giovedì, 6 ottobre 2011

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Perché il debito e la complessiva sostenibilità dei conti pubblici italiani continuano ad essere guardati con diffidenza dai mercati e dalle agenzie di rating, nonostante il governo abbia varato manovre che, numeri alla mano, dovrebbero consentire di raggiungere il pareggio di bilancio già sul 2013?
Una delle principali risposte è: perché buona parte di quelle manovre è, in realtà, fondata su scatole vuote ancora da riempire ed è francamente comprensibile che ci siano mille perplessità sulla capacità effettiva di riempirle e di farlo bene.

La correzione dei conti sul 2013 è di circa 54 miliardi di euro e arriva a quasi 60 a partire dal 2014. Di questi, 16 e, rispettivamente, 20 sono basati sulla previsione di maggiori entrate fiscali che dovranno essere individuate in sede di definizione di una riforma organica del sistema fiscale, da attuarsi entro la fine del 2012.
In mancanza della riforma, quei miliardi di euro di maggiori entrate arriveranno mediante tagli più o meno lineari della “giungla” delle detrazioni, delle deduzioni e dei numerosi regimi agevolativi oggi esistenti nel nostro sistema fiscale.

In pratica, un terzo buono di quello che abbiamo già fatto è, in realtà, ancora tutto da fare: sia in termini di dimostrazione all’Europa e ai mercati di essere capaci di effettuare scelte precise, sia in termini di dimostrazione all’Europa e ai mercati di essere capaci di sopportare il peso e l’impopolarità di quelle scelte.

Se a questo aggiungiamo che solo il riconoscimento di una grande autorevolezza morale, in chi quei sacrifici dovrà imporli, può in concreto ammortizzare scenari di prevedibile disagio sociale e protesta diffusa, laddove invece l’opposto riconoscimento di una scarsa autorevolezza morale può solo farli detonare con ancora maggiore virulenza, è evidente che sarebbe a dir poco strano se l’Europa e i mercati dessero per effettivamente raggiunti quei risultati che noi vorremmo dare per acquisiti.

Tra l’altro, proprio da queste riflessioni emerge con chiarezza come la tanto attesa riforma fiscale non solo non potrà portare a una riduzione della pressione fiscale, ma non potrà nemmeno più occuparsi soltanto di razionalizzare e redistribuire nell’invarianza della medesima, essendo invece precipuamente vincolata in partenza al suo incremento.
Un aspetto, quest’ultimo, che non rende meno urgente la sua attuazione, ma che, diciamolo, le toglie ogni residuo fascino e rende ancor più surreali alcune delle roboanti affermazioni che ne hanno accompagnato il percorso di avvicinamento di questi mesi.

Episodi come quello fra Bondi e Della Valle lasciano esterrefatti

In tutto questo, il dibattito sui problemi del Paese sembra non conoscere limiti nel suo progressivo scadimento.
Nel mirino, mai come di questi tempi, c’è inevitabilmente una classe politica che dello scontro e dell’aggressività ha fatto il suo marchio di fabbrica.
Episodi, come quello accaduto l’altra sera negli studi televisivi di Ballarò, lasciano però oggettivamente esterrefatti e riescono, contro ogni logica, a renderne simpatici gli esponenti.
Incalzato dall’ex Ministro Sandro Bondi, nel merito della questione dell’uscita di Fiat da Confindustria, l’imprenditore Diego Della Valle, fresco delle pagine acquistate sui giornali per formalizzare il proprio disappunto nei confronti di una classe politica giudicata inadeguata, si è smarcato affermando, stizzito, che di temi importanti, come ad esempio la qualità dei prodotti, lui è solito parlare con i capi azienda e non con i ragazzi di bottega.

Sull’inadeguatezza di questa classe politica complessivamente considerata, nulla da dire.
Se però è questa la società civile che avanza, francamente, di civiltà, all’orizzonte, per ora se ne vede poca.

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