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Lunedì, 16 settembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Esenzione ICI a prescidere dall’accatastamento

Può trovare applicazione per gli enti religiosi dotati del requisito soggettivo che dimostrino che l’attività sia svolta con «modalità non commerciali»

/ Antonio PICCOLO

Sabato, 14 settembre 2019

LaCassazione, con l’ordinanza n. 22223/2019, è tornata a ribadire che il regime di esenzione ICI, previsto dall’art. 7, comma 1, lettera i) del DLgs. n. 504/1992, si applica soltanto in presenza di determinate e concrete condizioni soggettive e oggettive, fra le quali non rientra la classificazione catastale dell’immobile nel quale è svolta l’attività meritevole di trattamento di favore.

La vicenda è sorta, ancora una volta, tra un ente religioso e Roma capitale in ordine al corretto trattamento ICI di alcuni immobili utilizzati – secondo l’ufficio comunale – come “casa per ferie”, ma classificati nelle categorie catastali A/2 (Abitazioni di tipo civile), A/10 (Uffici e studi privati) e B/1 (Collegi e convitti, educandati; ricoveri; orfanotrofi; ospizi; conventi; seminari; caserme).

In estrema sintesi la controversia, concernente l’ICI per l’annualità 2008, è sorta con l’impugnazione di un avviso di accertamento con il quale l’ente impositore, contrariamente all’operato della contribuente, ha sostenuto l’inapplicabilità del regime di esenzione di cui all’art. 7, comma 1, lettera i) del DLgs. n. 504/1992 e sue modificazioni e integrazioni. Dopo gli alterni giudizi delle Commissioni tributarie, entrambe le parti si sono rivolte alla suprema Corte, la contribuente con ricorso principale (contenente una serie di motivi) e il comune con ricorso incidentale (recante un solo motivo), per assistere alla conferma della propria tesi.

I giudici di legittimità, nel dare parziale ragione ad entrambi i ricorrenti, hanno cassato l’impugnata sentenza e rinviato per il riesame ad altro Collegio regionale, dopo avere rinverdito in particolare i seguenti principi di diritto:
- in vigenza della norma originaria l’esenzione ICI era subordinata alla compresenza di un requisito oggettivo – rappresentato dallo svolgimento esclusivo nell’immobile delle attività indicate nell’art. 7, comma 1, lettera i) del DLgs. n. 504/1992 (assistenziali, previdenziali, sanitarie) – e di un requisito soggettivo – costituito dallo svolgimento delle stesse direttamente da parte di un ente pubblico o privato che non abbia come oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali (oggi art. 73, comma 1, lettera c) del TUIR);

- le disposizioni dell’art. 7, comma 2-bis del DL n. 203/2005 (convertito dalla L. n. 248/2005), che aveva esteso l’esenzione alle attività indicate nella citata lettera i) dell’art. 7 del decreto ICI “a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse”, e dell’art. 39, comma 1 del DL n. 223/2006 (convertito dalla L. n. 248/2006), secondo cui l’esenzione in esame si intende applicabile alle attività indicate nella medesima lettera i) che “non abbiano esclusivamente natura commerciale”, costituiscono norme aventi carattere innovativo e quindi non sono norme di interpretazione autentica con effetti retroattivi;

- l’esenzione può trovare applicazione a condizione che gli enti religiosi, sicuramente dotati del requisito soggettivo per usufruire dell’agevolazione, dimostrino che l’attività (requisito oggettivo) meritevole del trattamento di favore sia svolta con “modalità non commerciali” (cfr., per tutte, ordinanze n. 19073/2019, n. 17255/2019 e n. 13297/2019).

Si ricorda altresì che la disciplina dell’ICI non prevedeva una distinta e separata destinazione promiscua o mista degli immobili posseduti e utilizzati dagli enti non commerciali, come invece stabilito successivamente dalla normativa IMU (tributo diverso dall’ICI), a seguito della decisione della Commissione dell’Unione europea del 19 dicembre 2012 (relativa all’aiuto di Stato), per la quale è possibile scindere la parte commerciale (quota imponibile) da quella istituzionale (quota esente).

Infatti, secondo il consolidato orientamento della Cassazione, soltanto con l’art. 91-bis del DL n. 1/2012 (convertito dalla L. n. 27/2012), il cui comma 4 ha abrogato il predetto comma 2-bis dell’art. 7 del DL n. 203/2005, sono state introdotte ai fini dell’IMU disposizioni specifiche in tema di esenzione nel caso in cui l’immobile abbia destinazione mista.

Nel caso che ci occupa i giudici tributari regionali hanno ritenuto che gli altri e diversi immobili classificati nella categoria catastale B/1 vanno esclusi dalla tassazione, non essendone stato adeguatamente dimostrato un utilizzo diverso da quello per il quale risulta accatastato; mentre l’accertamento in fatto, a cui era tenuto la suprema Commissione tributaria, avrebbe dovuto riguardare la verifica in concreto della sussistenza dei presupposti (specialmente quello oggettivo) per usufruire del trattamento di favore.

In buona sostanza, la Commissione non ha tenuto minimamente in considerazione per nessuno degli immobili alcun criterio previsto per l’accesso al regime di esenzione (importo delle tariffe, servizi alberghieri, tipologia di utenza) né quali di essi siano stati utilizzabili solamente per lo svolgimento dell’attività religiosa, non essendo a tal fine sufficiente la classificazione catastale B/1.

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