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Mercoledì, 16 gennaio 2019 - Aggiornato alle 6.00

Editoriale

Un mondo senza commercialisti o almeno senza equo compenso

/ Giancarlo ALLIONE

Mercoledì, 22 novembre 2017

Il rapporto fra i professionisti e l’uomo è un rapporto complicato. Nell’immaginario popolare i professionisti non godono di una fama cristallina. Agnese, ne I Promessi Sposi, sprona Renzo a recarsi dall’Avv. Azzeccagarbugli: “... Alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato...”. E questi non smentisce l’ingenua fiducia popolare: “perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente”.
Tuttavia se una persona, o un’impresa, deve prendere una decisione di un qualche rilievo è molto probabile che desideri o debba rivolgersi a un professionista. I professionisti intervengono generalmente in una situazione di complessità e in un contesto caratterizzato da una forte asimmetria conoscitiva ed emotiva. Questo è particolarmente evidente nel caso del medico o dell’avvocato penalista. Lui sa tutto, tu non sai nulla. Dalle sue indicazioni dipende la tua vita.

Ma proprio per gestire l’asimmetria che inevitabilmente si viene a creare fra professionista e cliente sono necessari gli Ordini professionali, che devono in primo luogo garantire che il soggetto interpellato sia davvero in grado di fornire l’assistenza che gli è richiesta. Dove le cose sono vere, ad esempio in campo medico, scoprire che il medico che ti ha sempre curato magnificamente non è nemmeno laureato sarebbe una botta ferale. Conta di più che il pezzo di carta che ha appeso alla parete sia autentico o che sappia curarti?
Allo stesso modo sono importanti le tariffe, perché da un lato devono consentire che il professionista dedichi alla pratica che sta gestendo il tempo e le risorse necessari e dall’altro lato impedire che sfrutti oltre misura l’asimmetria di conoscenza.

Certamente quando la complessità è percepita come totalmente artificiale (pensiamo alle norme tributarie o all’accusa mossa a un imputato innocente) il ricorso allo specialista è vissuto come un’ingiustizia ulteriore. Di conseguenza quando si parla di professionisti, non trattandosi di lavoratori dipendenti, qualsiasi accenno all’equità, o a correzioni delle storture che il mercato da solo produrrebbe, suscita il fastidio di chi vi si deve rivolgere e spesso questo fastidio viene intercettato dai propugnatori del mercato puro.

Abbiamo letto ieri, dalle colonne di Repubblica, un articolo (del medesimo autore a cui dobbiamo anche il memorabile pezzo in cui venivano stigmatizzate le richieste di esclusiva dei Puffi Commercialisti) dove, con adeguate argomentazioni, si giunge a dimostrare che l’equo compenso porterebbe a favorire il più forte.
Lo stesso ragionamento si potrebbe fare anche per il lavoratore dipendente: il fatto che, a chi raccoglie pomodori, debba essere assicurata una paga oraria minima, favorisce palesemente i lavoratori più esperti, volenterosi e dotati fisicamente. Allora che si fa? Lasciamo che faccia il mercato? Ci sarà sempre qualcuno disposto a lavorare per mezzo euro all’ora in meno.

La legge che regola la natura è la legge del più forte. Il pesce piccolo, nelle acque limpide e profonde ha vita breve. Dove il mercato è totalmente libero di agire, il risultato è il predominio implacabile del più forte. Il modello è quello ben noto e diffuso: quattro o cinque miliardari che decidono in qualche torre a New York o Londra e quattro o cinque milioni che cuciono scarpe e palloni per un dollaro al giorno in Bangladesh o in qualche sottoscala da qualche altra parte. In attesa di salire su un gommone e venire qui da noi, dove guarda caso il mercato ha un minimo di regolamentazione.

Uber ha messo in crisi il mercato dei taxi tradizionali. Ora, dopo aver convinto più di un ragazzotto magari a indebitarsi per comprarsi la macchina e fare l’autista a tempo perso, Uber stessa avrebbe stipulato un ordine da 24 mila vetture con la Volvo per creare una flotta di taxi senza guidatore. Il mondo era davvero così disturbato dal fatto che 24 mila persone si guadagnassero da vivere facendo i taxisti? Tutto o parte di quei redditi finirà agli azionisti di Uber. È quello l’interesse di una collettività?

A questo servono gli Stati, i Governi e gli ordinamenti giuridici. A evitare che il mercato divori tutto, l’ambiente, i posti di lavoro, e concentri tutte le risorse in mano di pochi o pochissimi. Anche a prezzo di introdurre qualche complessità, quando di mezzo c’è la vita delle persone e delle famiglie. Anche correndo il rischio che, per gestire questa complessità, possano poi essere necessari dei professionisti.

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