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Martedì, 26 marzo 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Fattura elettronica con emissioni notturne e festive

/ Giancarlo ALLIONE

Lunedì, 28 maggio 2018

Difficilissimo resistere all’ambizione di controllare tutto. Ancora più difficile oggi, di fronte alle possibilità immense che ora offre l’elettricità, debitamente incanalata in un circuito elettronico, di scavare in ogni angolo dell’agire umano. Ad esempio, sarebbe facilissimo installare in un dente a ogni cittadino, al compimento del decimo anno di vita, un microfonino dotato di geolocalizzatore collegato alla questura. Fine della criminalità, dell’eccesso di velocità, delle soste vietate.

Si potrebbe obiettare che questo costituirebbe una limitazione alla libertà, ma quando è in gioco il bene supremo, le libertà dei singoli si possono ben comprimere. E cosa c’è di più supremo delle casse dello Stato sovrano? Dunque, la fattura elettronica s’ha da fare e si farà.

Tuttavia, non imparare dagli errori è un vero peccato.
L’euro, ad esempio, è stata un’idea magnifica attuata in modo pessimo. Con due o tre anni di doppia circolazione si sarebbe evitato il passaggio in una notte della pizza margherita da 7.000 lire a 7 euro (a salari invece convertiti al centesimo), come di fatto è avvenuto. La sottovalutazione delle conseguenze e la non gestione dell’introduzione dell’euro, non l’euro in sé, hanno prodotto almeno metà dei guai che abbiamo vissuto e che stiamo tuttora vivendo (… e l’altra metà l’avremo quando usciremo o anche solo continuando a dire che intendiamo farlo).

Il passaggio alla fattura elettronica è un processo complesso, che si porta dietro un sacco di complicazioni, molte delle quali sono già state evidenziate e molte emergeranno dall’effettiva esperienza pratica. Sarà come inviare da uno a centomila spesometri, a seconda della quantità e granularità di emissione delle fatture resa necessaria dalla tipologia del business, con tutta la relativa liturgia: invio del flusso, esame della ricevuta, analisi delle motivazioni di scarto, reinvio, riesame della ricevuta, archiviazione della ricevuta... Con la piccola differenza che, in caso di scarto, e di intempestivo reinoltro non saremo di fronte alle sanzioni per omesso invio dello spesometro ma per omessa fatturazione.

Il sistema sanzionatorio dell’IVA attualmente in vigore è chiaramente fondato sul presupposto che venga emesso un documento cartaceo con una data del documento, che è quella riportata sul documento, non quella in cui il documento è materialmente realizzato. I termini per l’emissione del documento sono stati tutti pensati con riferimento a tale data e non con riferimento alla data in cui il documento è prodotto fisicamente. Se l’operazione è svolta nel mese e la fattura è emessa con una data della fattura congrua rispetto all’effettuazione dell’operazione e consegnata al cliente in modo che ciascuno possa rispettare i termini di registrazione e liquidazione dell’imposta, nessuno ha niente da dire.

Obbligare ad emettere la fattura nell’istante in cui sorge l’obbligo di emissione, pur se forse in punta di interpretazione lessicale della norma ammissibile, introduce un aggravio pazzesco. Si pensi al professionista che oggi può legittimamente emettere la fattura al momento dell’incasso: dovrà ogni sera controllare il conto corrente e provvedere alle relative fatturazioni, pena la sanzione per l’omessa fatturazione. O alle imprese che, avvalendosi della fatturazione differita, alla fine di ogni mese emettono centinaia o migliaia di fatture. Dovranno istituire presidi di controllo dei file, perché cinque giorni possono essere veramente pochi, specie a Natale o a Pasqua.

Pretendere di far coincidere la data della fattura con la data in cui la fattura è realizzata, implica un aggravio notevole nei confronti delle imprese e dei professionisti che non sembra di alcuna utilità per le casse erariali. Il rischio è di prendersela ancora una volta con quelli che le tasse più o meno già le pagano ignorando le conseguenze e di disincentivare ulteriormente l’emissione della fattura. Un po’ come il parroco, che la predica la fa a quelli che, pur di sicuro peccatori, almeno a messa ci vanno.

Adottare almeno una politica di introduzione graduale della fattura elettronica, partendo dai settori più a rischio per arrivare a coinvolgere la generalità dei contribuenti nel giro di due o tre anni verificandone via via l’impatto anche sul sistema produttivo e non solo sulle casse erariali, sembrerebbe una strategia di puro buon senso (si veda “È così impensabile avere più tempo per l’invio della fattura elettronica al SdI?” del 26 maggio 2018).

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