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Lunedì, 16 settembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

Sui compensi degli amministratori decide il Tribunale delle imprese

/ Maurizio MEOLI

Sabato, 14 settembre 2019

Sul giudice competente a decidere in ordine alle controversie aventi ad oggetto i compensi degli amministratori di società sembra sussistere ancora qualche incertezza.

Una risalente sentenza delle Sezioni Unite (Cass. SS.UU. n. 10680/1994) – anteriore alla riforma del diritto e del rito societario – aveva stabilito che la controversia nella quale l’amministratore di una spa, o ente assimilato, chieda la condanna della società stessa al pagamento di una somma dovuta per effetto dell’attività di esercizio delle funzioni gestorie è soggetta al rito del lavoro, ai sensi dell’art. 409 n. 3 c.p.c., atteso che, se verso i terzi estranei all’organizzazione societaria è configurabile, tra amministrazione e società, un rapporto di immedesimazione organica, all’interno dell’organizzazione ben sono configurabili rapporti di credito nascenti da un’attività, come quella resa dall’amministratore, continua, coordinata e prevalentemente personale, non rilevando in contrario il contenuto parzialmente imprenditoriale dell’attività gestoria e l’eventuale mancanza di una posizione di debolezza contrattuale dell’amministratore nei confronti della società (cfr. anche Cass. n. 4662/2001 e Cass. n. 2458/2000).

Più di recente, invece, la Cassazione n. 2759/2016 ha affermato che, nella previsione dell’art. 3 comma 2 lett. a) del DLgs. 168/2003 – secondo cui sono di competenza del Tribunale delle imprese i procedimenti relativi a “rapporti societari” – devono essere ricomprese tutte le controversie che vedano coinvolti la società e i suoi amministratori, senza poter distinguere fra le controversie che riguardino l’agire degli amministratori nell’espletamento del rapporto organico e i diritti che, sulla base dell’eventuale contratto che la società e l’amministratore abbiano stipulato, siano stati riconosciuti a titolo di compenso (cfr. anche Trib. Milano n. 8341/2017).

Tale impostazione è suffragata anche dalle Sezioni Unite. La pronuncia n. 1545/2017, infatti, ha stabilito che la riforma del diritto societario ha reso l’amministratore il vero egemone dell’ente. A lui spetta, in via esclusiva, la gestione dell’impresa (art. 2380-bis comma 1 c.c.), con potere di rappresentanza generale (art. 2384 comma 1 c.c.); ed in deroga ai principi generali è anche stabilito che le limitazioni ai suoi poteri (di rappresentanza e di gestione) che risultano dallo statuto o da una decisione degli organi competenti (non quelle legali) non sono opponibili ai terzi, anche se pubblicate, fatta salva l’exceptio doli (art. 2384 comma 2 c.c.).

Nel rapporto con l’assemblea, poi, è da escludere un qualsiasi coordinamento. Ciò sia per il già ricordato potere esclusivo dell’amministratore nella gestione dell’impresa, sia perché, ex art. 2364 n. 5 c.c., la competenza gestoria dell’assemblea presenta carattere delimitato e specifico (autorizzazioni eventualmente richieste dallo statuto per il compimento di atti degli amministratori). In ogni caso, resta in capo all’amministratore la decisione di compiere l’atto per il quale lo statuto richiede l’autorizzazione dell’assemblea; egli, quindi, potrebbe anche decidere di non porlo in essere. Di conseguenza, è da escludere che l’amministratore di società sia soggetto a qualsiasi attività di coordinamento quale eterodirezione.

Le Sezioni Unite, inoltre, hanno evidenziato come anche la Cassazione n. 14369/2015, interpretando l’art. 3 comma 2 lett. a) del DLgs. 168/2003, abbia “condivisibilmente” sottolineato che tra i “rapporti societari” ai quali esso fa riferimento deve necessariamente comprendersi il rapporto tra società e amministratori, data l’essenzialità del rapporto di rappresentanza in capo a questi ultimi come rapporto che, essendo funzionale, secondo la figura della immedesimazione organica, alla vita della società, consente alla stessa di agire.

In altri termini, tale rapporto è “rapporto di società”, perché serve ad assicurarne la possibilità di agire, non assimilabile né ad un contratto d’opera, né, tanto meno, ad un rapporto subordinato o parasubordinato.

Il rapporto di società è fuori dall’art. 409 n. 3 c.p.c.

Tutto ciò ha condotto al seguente principio di diritto: l’amministratore e la società sono legati da un rapporto di tipo societario che, in considerazione dell’immedesimazione organica che si verifica tra persona fisica ed ente e dell’assenza del requisito della coordinazione, non è compreso in quelli previsti dal n. 3 dell’art. 409 c.p.c.
E, quindi, la soluzione prospettata dalle Sezioni Unite n. 10680/1994 non appare più compatibile con il nuovo quadro normativo e giurisprudenziale.

Tutto ciò, peraltro, non sembra pienamente consolidato. Dalla ordinanza n. 22493/2019 della Sezione Lavoro della Suprema Corte, infatti, traspare come, in una controversia intentata dall’amministratore di una spa, nei confronti della stessa, per la mancata corresponsione dei compensi, a seguito dell’eccezione sollevata dalla società, le parti in causa siano state rimesse dinanzi al giudice del lavoro.

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