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Martedì, 2 giugno 2020 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

Recesso problematico per le quote acquisite per successione

/ Andrea BONINO

Venerdì, 22 maggio 2020

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Ai fini delle imposte sui redditi, il costo fiscale da attribuire alle partecipazioni ricevute in successione è differente a seconda che l’erede realizzi in qualità di privato un reddito diverso derivante della successiva cessione delle quote, ovvero che produca un reddito di capitale derivante dal recesso “tipico” dalla società partecipata, o dalla liquidazione della società stessa.
L’Agenzia delle Entrate ha fornito questi chiarimenti con la risposta a interpello n. 441 dello 29 ottobre 2019, la quale era giunta alle predette conclusioni attraverso un’interpretazione meramente letterale degli articoli di riferimento.

In particolare, ai fini della determinazione delle plusvalenze, l’art. 68 comma 6 del TUIR prevede che, in presenza di trasferimenti mortis causa, l’erede assuma come costo fiscale della partecipazione il valore dichiarato per l’imposta sulle successioni, coincidente con il valore di mercato o la quota parte del patrimonio netto contabile, a seconda che la società partecipata sia quotata o meno.
A detta dell’Agenzia, il predetto valore non sarebbe, invece, utilizzabile ai fini della quantificazione del reddito di capitale derivante da recesso o da liquidazione, considerata la differente formulazione normativa dell’art. 47 comma 7 del TUIR, il quale dispone che costituiscono utile “le somme o il valore normale dei beni ricevuti dai soci per la parte che eccede il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni o quote annullate”.
In questi casi, pertanto, il dividendo imponibile andrebbe quantificato assumendosi come costo fiscale da sottrarre alle somme ricevute il prezzo a suo tempo pagato dal de cuius.

L’interpretazione in esame, seppur in linea con il tenore letterale delle norme, appare però carente di sistematicità, e generatrice di differenti basi imponibili, anche in presenza di identiche somme percepite, a seconda delle modalità operative con cui viene gestita un’identica fattispecie.

Al riguardo, soffermandosi sul recesso da società, qualora sia quest’ultima a rimborsare il valore di mercato delle quote (recesso “tipico”), il maggior valore di queste dichiarato ai fini dell’imposta di successione non assumerebbe rilevanza per quantificare il reddito di capitale, a differenza di quanto accadrebbe nel caso di cessione delle quote all’identico valore di mercato (recesso “atipico”), laddove il differenziale da tassare come plusvalenza risulterebbe inferiore, pur in presenza di somme percepite di importo analogo.
In termini operativi, qualora si aderisca al predetto orientamento, sarà sicuramente preferibile per il socio recedere in maniera “atipica”, a condizione naturalmente che gli altri soci siano disponibili ad acquistare al valore di mercato le quote possedute, ovvero che il predetto acquisto venga posto in essere, sempre a valore di mercato, da parte di un terzo.
Lo stesso legislatore (art. 2437-quater e art. 2473 c.c.), peraltro, sembra preferire questa modalità di recesso, dal momento che l’onere della liquidazione della quota, essendo a carico degli acquirenti e non della società, non provocherebbe una diminuzione del patrimonio sociale e, quindi, delle garanzie per i creditori.

All’interno degli statuti societari potrebbero però essere presenti specifiche clausole (gradimento, prelazione, ecc.) che, limitando la circolazione delle quote, potrebbero indirettamente incidere anche sulla possibilità di esercitare il diritto di recedere nella modalità “atipica” in esame. Si ritiene, pertanto, consigliabile un riesame dei predetti statuti, per l’eventuale inserimento di clausole che, nel rispetto delle previsioni codicistiche sopra richiamate, e delle esigenze di funzionamento della società, in deroga ai vincoli ordinari, facilitino la circolazione delle quote al ricorrere delle condizioni per recedere.

Il problema, peraltro, si amplifica per le azioni o quote esenti dall’imposta sulle successioni a norma dell’art. 3 comma 4-ter del DLgs. 346/90, riguardo alle quali la prassi dell’Agenzia delle Entrate (circolare n. 12/2008, § 3.1) è sì orientata nel senso per cui la valorizzazione avviene in base al valore normale all’apertura della successione, ma sempre nel contesto del capital gain (e senza, quindi, un riferimento espresso ai redditi di capitale).
In tal caso, i profili di irrazionalità della risposta a interpello n. 441/2019 appaiono in tutta la loro evidenza, portando a un annullamento di fatto del beneficio del valore normale laddove l’erede, una volta trascorso il periodo minimo di cinque anni di detenzione della partecipazione, decida di realizzarla con atti non rappresentati dalla cessione a terzi.

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