X

Informativa

Questo sito, e gli strumenti di terze parti richiamati, utilizzano cookie indispensabili per il funzionamento tecnico del sito stesso e utili alle finalità illustrate nella Cookie Policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie nella modalità sopra indicata.

Recupera Password

Non sei ancora registrato? Clicca qui

Venerdì, 10 aprile 2020 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

Deducibile fiscalmente l’assegno di mantenimento solo se periodico

/ Giorgio MOLINARI e Pietro SEMERARO

Mercoledì, 25 marzo 2020

L’art. 10 comma 1 lett. c) del TUIR riconosce la deducibilità in capo all’erogante degli assegni periodici corrisposti al coniuge (a esclusione di quelli destinati al mantenimento dei figli) in conseguenza di separazione, scioglimento, annullamento del matrimonio o cessazione dei suoi effetti, nella misura in cui risultano da provvedimenti giurisdizionali. Di converso, detti assegni periodici costituiscono materia imponibile in capo al coniuge percipiente, ai sensi dell’art. 50 comma 1 lett. i) del TUIR.

In giurisprudenza e dottrina si è a lungo discusso se la disciplina fiscale appena richiamata possa applicarsi anche agli assegni una tantum corrisposti in sede di scioglimento del vincolo matrimoniale. La risposta, dopo alcuni ondeggiamenti, è ormai da ritenersi negativa.

In particolare, l’art. 5 della L. n. 898/70 stabilisce che, accanto al “tradizionale” onere mensile, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire, su accordo delle parti, in un’unica soluzione (una tantum appunto). L’una tantum può essere chiesta solo col divorzio e solo con il benestare del Tribunale, che dovrà valutare l’idoneità dell’importo, il diritto all’assegno, l’assenza di adeguati mezzi, il tenore di vita coniugale e le potenzialità economiche dei coniugi. La giurisprudenza ritiene inoltre che la corresponsione una tantum possa concretizzarsi, oltre che nel pagamento di una somma capitale, anche nell’attribuzione di beni mobili o immobili in proprietà o in godimento, o nell’impegno al trasferimento di tali diritti (Cass. n. 12939/2003).

A differenza dell’assegno divorzile, che può essere rivisto (aumento, riduzione, eliminazione) in base alle circostanze sopravvenute, l’una tantum ha effetto tombale: chi la riceve non potrà svolgere più alcuna domanda di contenuto economico (alimenti oppure quota del TFR), né agire contro gli eredi dell’obbligato (assegno a carico dell’eredità); chi la versa, a sua volta, non potrà mai chiederne la riduzione o la restituzione.
Proprio sulla scorta delle differenti caratteristiche e, in particolare, in ragione dell’immodificabilità dell’una tantum, la giurisprudenza e la dottrina tributarie sono ormai concordi nel ritenere non deducibili (e, conseguentemente non imponibili in capo all’accipiens) dette somme.

Sul punto, la Corte Costituzionale è intervenuta con l’ordinanza n. 383/2001 (e poi ancora con l’ordinanza n. 113/2007), riconoscendo la piena ragionevolezza della disciplina fiscale che limita la deducibilità ai soli assegni periodici, atteso che questi ultimi vengono determinati “in base alla situazione esistente al momento della pronuncia, con la conseguente possibilità di una ... revisione, in aumento o in diminuzione”; viceversa l’assegno una tantum “viene concordato liberamente dai coniugi nel suo ammontare e definisce una volta per tutte i loro rapporti”.
In considerazione di tale distinzione, all’assegno periodico viene riconosciuta una natura di tipo reddituale, come tale fiscalmente rilevante; viceversa all’assegno una tantum si associa natura patrimoniale, di sostanziale transazione in ordine alle pregresse posizioni dei coniugi (cfr. anche Cass. n. 11437/1999).

La distinzione in parola non muta neppure ove si ipotizzi una corresponsione dell’assegno una tantum in via rateizzata.
Difatti (fermo restando il vaglio del giudice civile, finalizzato a evitare elusioni alla normativa che prevede l’elargizione in unica soluzione), anche laddove l’accordo fra i coniugi conduca a una rateizzazione dell’una tantum – purché “ragionevole” e coerente con la ratio della norma – non muta la natura sostanzialmente patrimoniale dell’elargizione.

Come chiarito dall’Agenzia delle Entrate nella ris. n. 159/2001, infatti, la dilazione costituisce solo “una diversa modalità di liquidazione dell’importo pattuito tra le parti, il quale mantiene comunque la caratteristica di dare risoluzione definitiva ad ogni rapporto tra i coniugi e non va quindi confuso con la corresponsione periodica dell’assegno, il cui importo è invece rivedibile nel tempo”.
Su tali concetti è ritornata la Cassazione con la pronuncia n. 29178 del 12 novembre 2019, la quale ha ritenuto che l’assegno corrisposto una tantum “a titolo di liquidazione e capitalizzazione dell’assegno di mantenimento” sia da considerarsi indeducibile per il coniuge erogante, proprio perché l’assegno una tantum, quand’anche versato in forma rateale, è da ritenersi ontologicamente diverso dall’assegno periodico che resta, come ricordato, suscettibile “alle variazioni temporali e alla successione delle leggi”.

Nel caso oggetto della sentenza citata, pare peraltro che detta elargizione sia stata corrisposta in ottemperanza a un atto di transazione stipulato nel corso della causa di separazione giudiziale, senza però che il relativo titolo fosse contenuto nel provvedimento giurisdizionale. Detta circostanza è da tenere in attenta considerazione, atteso che la mancata indicazione dell’importo dell’assegno nel provvedimento del giudice preclude comunque la deducibilità ai fini fiscali.

TORNA SU