La fragile tregua conduce al rialzo i tassi europei
Ha contribuito anche una certa preoccupazione per il debito complessivo
Mercati obbligazionari in tensione dopo che il presidente Trump ha detto che il memorandum d’intesa volto a porre fine alla guerra con l’Iran è “terminato”. La ripresa delle ostilità ha immediatamente innescato un aumento dei prezzi del greggio. I futures sul Brent sono saliti. Il rientro dell’inflazione viene messo in dubbio. I tassi di interesse sono i più sensibili al cambio di scenario geopolitico: le valute e le borse registrano variazioni più contenute (segui tassi e valute su www.aritma.eu).
Tuttavia la ripresa delle ostilità viene per ora vista come un déjà-vu. Non c’è l’effetto shock e per di più sappiamo che da Trump si possono sempre aspettare improvvise svolte distensive che scoraggiano la costruzione di posizioni orientate al pessimismo. I tassi Usa infatti sono saliti relativamente poco in settimana con il Bond 10 al 4,53% (+5 cent.) e il 2 anni al 4,16% (+2). Questo nonostante dalle minute Fed sia emerso un aumento del timore per il surriscaldamento dell’inflazione, in particolare per il rischio che gli aumenti dei prezzi si possano estendere a un numero crescente di beni e servizi rendendo necessaria una politica più restrittiva. Alcuni partecipanti alla riunione del 16-17 giugno hanno detto che si erano già materializzate le condizioni per alzare i tassi nonostante abbiano poi scelto di allinearsi ai colleghi e lasciarli invariati.
Ben più consistente invece il rialzo dei tassi eurozona in settimana sospinti soprattutto dalle dichiarazioni di alcuni consiglieri Bce secondo cui Francoforte deve alzare ulteriormente e immediatamente i tassi e dall’indice Sentix che misura la fiducia degli investitori nella zona euro migliorato in luglio in misura significativamente superiore alle attese sostenuto dalla crescente fiducia degli investitori e da aspettative più ottimistiche, in particolare in Germania.
Ha contribuito al rialzo dei tassi eurozona anche una certa preoccupazione per il debito complessivo: ciò è emerso contestualmente all’approvazione del piano fiscale espansivo da parte del governo tedesco.
Le dichiarazioni dei membri Bce considerano quindi, a nostro avviso in modo forse prematuro, un ritorno al punto di partenza. In realtà il prezzo del petrolio è sceso più di quanto ipotizzava la maggioranza degli esperti e molto più rapidamente dai picchi di 125 circa a 76 usd al barile attuali (minimi a 69). Siamo su livelli pre guerra. Inoltre l’inflazione in Ue è in calo più del previsto: nell’entrante settimana verrà comunicato il dato definitivo di giugno che dovrebbe confermare quello flash del 2,8% dal 3,2% di maggio.
È vero che il mercato del petrolio è difficile da interpretare ma è anche vero che i contratti Future su scadenze 3-12 mesi sono su livelli simili agli attuali se non leggermente inferiori. Non viene quindi prevista nessuna recrudescenza.
Nonostante ciò i Bund e i tassi Irs salgono in settimana di circa 13 centesimi con il Bund 10 al 3,06%, l’Irs 10 al 3,09%; Bund 2 al 2,64% e Irs 2 al 2,83%.
La scadenza Future Euribor 3 mesi per dicembre sale al 2,65% (+12 cent.) dando per certo un rialzo Bce e una probabilità del 45% di un secondo rialzo con depo che passerebbe dall’attuale 2,25% al 2,75%. L’Euribor 3 mesi sale di 10 centesimi portandosi al 2,41%.
Nell’entrante settimana molti spunti arriveranno dagli Usa con l’indice dei prezzi al consumo e alla produzione, gli indici di fiducia Empire, Philly, Consumer confidence. Occhi puntati anche sulla testimonianza del neo presidente Fed al Congresso.
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