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Lunedì, 26 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Ad impossibilia nemo tenetur, neanche i commercialisti

/ Giancarlo ALLIONE

Giovedì, 9 giugno 2016

Si può continuare a fare finta di niente, a negare l’evidenza, tanto alla fine non succede nulla.

Si può continuare a raccontare che il problema delle pensioni sia aumentare quelle che già ci sono, sbandierando l’intangibilità dei diritti acquisiti, mentre di acquisito non c’è nulla, nemmeno i contributi versati, perché i contributi versati, compresi quelli del mese scorso, sono già stati spesi dieci anni fa. INPS e Repubblica italiana non hanno che debiti e la possibilità di pagare pensioni dipende solo dal fatto che nel futuro vi siano persone con un lavoro sufficientemente produttivo da generare il loro stipendio e l’immane carico contributivo che servirà a fare fronte ai pensionati che ci saranno.
Dunque la questione è esclusivamente capire come fare a non perdere nemmeno un’impresa di quelle che ci sono, a favorire la nascita di nuove e l’insediamento in Italia di attività attualmente svolte all’estero.

Invece no, come gli orchestrali del Titanic, imperterriti a parlare di reddito di cittadinanza, di restituzione degli 80 euro, a complicare la vita di imprese e loro consulenti con adempimenti infiniti, facendo finta di non sapere che qualunque cosa con rilievo fiscalsocietario, compresa l’iscrizione all’asilo del bambino, finisce sul tavolo di un commercialista. Come se gli studi professionali non fossero attività economiche come le altre, con capacità produttiva finita e titolari e dipendenti che avrebbero diritto ad orari di lavoro umani.

Dunque avanti tutta:
- con bilanci che sono diventati un’accozzaglia sterminata di tabelle che nessuno leggerà mai, la cui compilazione richiede giorni e giorni di lavoro (se a progetto di bilancio quasi chiuso il cliente ti segnala la necessità di una modifica, il quadro clinico con cui lo affronti è quello dell’omicida seriale);
- con dichiarazioni dei redditi dove devi ricalcolare le imposte due o tre volte, con regole differenti a seconda che si tratti del saldo, del primo acconto o del secondo;
- con studi di settore che richiedono una contabilità analitica a livelli che nessun artigiano o commerciante può permettersi; cito per tutti l’esempio che ci ha segnalato un nostro lettore, il dottor Stefano Zanardi, a proposito dello studio di settore WM05U – Commercio al dettaglio di abbigliamento, che, nel quadro D, tra gli altri dati chiede anche: % dei ricavi derivanti dalla vendita su licenza esclusiva e/o selettiva; corrispettivi conseguiti con vendite di fine stagione e con vendite promozionali; composizione percentuale, secondo l’anno di acquisto fino al quinto precedente, del valore delle rimanenze finali/iniziali relative a merci;
- con l’obbligo di reperire aliquote IMU e TASI, districandosi tra delibere approvate in tempo oppure no, che contengono anche la sagra della melanzana e lo sfalcio del campetto di calcio; senza considerare che, almeno per la TASI dell’inquilino (“Dottore, lei ha tutti i dati, mi calcoli anche quella dell’inquilino che mi fa diventare matto”), si arriva ad importi che non valgono un decimo del tempo che serve a calcolarla.

Tra l’altro, a seminare incertezza, quest’anno sembra ci si metta anche l’INPS. Pare infatti che stia inviando CU sostitutive di quelle precedentemente rese disponibili sul sito, ovviamente con dati diversi. Magari le due segnalate sono un caso, e speriamo che lo siano, ma mi immagino già la telefonata: “Dottore, l’INPS mi ha mandato dei fogli, mio figlio dice che ci sono dei dati diversi da quelli che c’erano sul computer che le abbiamo portato, glieli mando così controlla? Sa, non vorrei avere delle multe!”.

Ma in tutta questa confusione quello che trovo davvero sublime è il rigo D57 dello studio di settore segnalato sopra, dove si chiede di indicare la distanza in minuti dai parchi commerciali, calcolata sulla base dei tempi medi automobilistici di percorrenza. Capito, percorrenza media, quindi per avere un dato attendibile si dovrà fare prove con auto di diverse cilindrate, una di mattino, una a mezzogiorno, di notte, col bel tempo, con il cattivo tempo, in orario di punta. Dopo puoi serenamente compilare il campo indicando: 1 = fino a 15 minuti; 2 = da 16 a 30 minuti; 3 = da 31 a 45 minuti; 4 = oltre 45 minuti.

Il tema non è tanto, o meglio, non è solo il ritardo con cui arrivano le istruzioni di questo o di quello, il software che non c’è o arriva tardi, o ha dieci release di aggiornamento. Il tema è la mole smisurata di dati che sono richiesti, con i relativi adempimenti concentrati in pochissimo tempo.
Così come si sono messe le cose, quest’anno come e più dell’anno scorso, semplicemente non si riesce a fare fronte a tutto. Non è umanamente possibile.

A questo punto, quello che serve, in attesa di un ripensamento del sistema che lo renda alla portata di un essere umano dotato di media intelligenza e buona volontà, è una vera proroga di un mese. Non la mezza proroghetta in articulo mortis che lascia fuori contribuenti senza studi di settore e adempimenti IMU. Fatta così avrebbe solo il sapore della beffa e aggiungerebbe complicazione a complicazione, con i clienti mezzi prorogati e mezzi no, e quelli prorogati mezzo prorogati (IRPEF/IRES) e mezzo no (IMU/TASI).

Scherzavo, scusate: siamo messi così male, che anche la proroghetta andrebbe bene.

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