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Venerdì, 14 agosto 2020 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

L’incasso giuridico non si applica in caso di rinuncia a dividendi

/ Nicola SEMERARO

Sabato, 1 agosto 2020

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Il termine per l’approvazione dei bilanci per le società con esercizio coincidente con l’anno solare è scaduto e con esso diviene definitiva la scelta di destinazione del risultato d’esercizio. La maggior parte delle delibere è stata assunta in piena emergenza sanitaria da COVID 19 ed è in questo contesto che nasce la decisione di alcuni soci di società di rinunciare ai crediti finanziari e/o commerciali vantati nei confronti delle loro partecipate al fine di riavviarne le attività.
La rinuncia dei crediti è disciplinata, in riferimento alla società partecipata soggetto IRES, dall’art. 88 comma 4-bis del TUIR.

Sorgono particolari perplessità nel caso in cui un socio intenda, al fine di capitalizzare la società, rinunciare a percepire dividendi già deliberati, anche in anni precedenti, ma ancora non incassati.
In generale, se a prima vista la decisione assunta dal socio creditore non presenta difficoltà interpretative, si assiste nella pratica a due posizioni opposte e contrarie.

Da una parte, l’Amministrazione finanziaria ritiene, in forza della C.M. n. 73/1994 e della ris. Agenzia delle Entrate n. 124/2017, che la rinuncia ai crediti relativi a redditi tassati per cassa sia soggetta al principio del cosiddetto “incasso giuridico”, dall’altra parte, la dottrina (tra gli altri, documento Fondazione nazionale dei commercialisti 30 giugno 2016) e parte della giurisprudenza lo ritengono non applicabile.

La teoria dell’incasso giuridico è un principio che si va consolidando anche nelle sentenze della Suprema Corte; ricordiamo, tra le tante, la Cassazione n. 1335/2016 in tema di TFM e la Cassazione n. 2057/2020 in tema di interessi.
Dalla lettura di queste sentenze è facile notare come il principio dell’incasso giuridico faccia perno sul concetto di salto di imposta.

Nel caso della sentenza n. 1335/2016 relativa al TFM, la Suprema Corte si è espressa in senso favorevole all’Amministrazione, ovvero ha stabilito l’obbligo in capo agli amministratori di tassare i redditi che avrebbero percepito come TFM (tassazione che come noto segue il principio di cassa) prima di rinunciarci a favore della società con l’obiettivo di finanziarla. La contestazione del Fisco nasceva dall’assunto che, a seguito di accantonamenti fiscalmente dedotti dalla società per trattamento di fine mandato, veniva rilevato un diritto di credito del socio/amministratore a percepire un emolumento (reddito). Il socio/amministratore, nel rinunciarvi a beneficio della società, riusciva a ottenere il vantaggio di non tassare tale reddito, procurandosi in tal modo un indebito arricchimento, derivante appunto dall’aumento del valore della partecipazione grazie a un proprio reddito mai tassato.

L’orientamento della Corte di Cassazione, espresso nella sentenza prima citata, è stato confermato anche dall’ordinanza n. 2057/2020, ove si legge che “la rinuncia presuppone il conseguimento del credito il cui importo, anche se non materialmente incassato, viene comunque «utilizzato», sia pure con atto di disposizione avente natura di rinuncia. Altrimenti operando, si permetterebbe alla società di beneficiare di accantonamenti fiscalmente dedotti nel corso dei singoli periodi di imposta che non scontano alcuna imposizione fiscale, nonostante producano l’effetto ultimo di incrementare il costo della partecipazione e perciò di generare reddito.”

In senso contrario a quanto stabilito dalle sentenze della Cassazione in precedenza citate è la decisione presa dalla C.T. Reg. Friuli Venezia Giulia 3 febbraio 2020 n. 19/1/20.
Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate aveva applicato il principio dell’incasso giuridico anche ai dividendi non riscossi, richiamando a supporto della propria attività accertatrice la C.M. n. 73/94. Tale documento di prassi afferma che “la rinuncia ai crediti correlati a redditi che vanno acquisiti a tassazione per cassa ... presuppone l’avvenuto incasso giuridico del credito e quindi l’obbligo di sottoporre a tassazione il loro ammontare anche mediante applicazione della ritenuta di imposta”.

La C.T. Reg. Friuli Venezia Giulia sottolinea che “nella circolare viene affermato che la rinuncia a crediti correlati a redditi che vanno acquisiti a tassazione per cassa presuppone l’avvenuto incasso giuridico del credito e quindi l’obbligo di sottoporre a tassazione il loro ammontare, ma non prende in considerazione la rinuncia ai dividendi: ciò perché il salto d’imposta può verificarsi solo se il socio rinuncia a somme che sono state dedotte dal reddito della società, cosa che non si verifica con i dividendi”.
La presenza dell’art. 88 comma 4-bis del TUIR non è sufficiente a garantire da contestazioni i contribuenti che trovano nella rinuncia ai dividendi una delle risorse indispensabili alla ripartenza.
Stante l’assenza del salto d’imposta, sarebbe quanto meno opportuno un cambio di orientamento da parte dell’Amministrazione finanziaria, teso a favorire forme di finanziamento “interne” come la rinuncia ai dividendi.

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