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Martedì, 27 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

IMPRESA

Le irregolarità contabili non danneggiano la società

Il Tribunale di Roma analizza i caratteri essenziali dell’azione sociale di responsabilità

/ Maurizio MEOLI

Lunedì, 28 settembre 2020

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In relazione all’azione sociale di responsabilità, il Tribunale di Roma, nella sentenza n. 11670/2019, sottolinea come, ai fini della risarcibilità del danno, il soggetto agente, oltre ad allegare l’inadempimento dell’amministratore in relazione a fatti specifici, di cui deve essere fornita la prova, deve anche allegare e provare, sia pure ricorrendo a presunzioni, l’esistenza di un danno concreto, cioè del depauperamento del patrimonio sociale di cui si chiede il ristoro, e la riconducibilità della lesione alla condotta dell’organo gestorio (nesso causale), quand’anche cessato dall’incarico.

Il riferimento al nesso causale, oltre a servire come parametro per l’accertamento della responsabilità risarcitoria degli amministratori, è rilevante anche da un punto di vista oggettivo, in quanto consente di limitare l’entità del risarcimento all’effettiva e diretta efficienza causale della condotta contestata, ponendo a carico degli amministratori solo il danno direttamente correlato alla loro condotta omissiva o commissiva, dolosa o anche solo colposa.
Di contro, incombe sugli amministratori l’onere di dimostrare l’inesistenza del danno, ovvero la non imputabilità del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi loro imposti.

Al riguardo, è da considerare che, in base al c.d. principio del Business Judgement Rule (BJR) e ai principi costituzionali sulla libertà di iniziativa imprenditoriale, gli amministratori non possono essere chiamati a rispondere in ipotesi di mera inopportunità della scelta gestionale adottata, né è possibile affermare la loro responsabilità sulla base dei risultati negativi dell’attività gestoria (ovvero sulla base di una mera valutazione ex post).
Oggetto di accertamento e di valutazione non è l’atto di gestione in sé e per sé considerato, né il risultato conseguito, ma le modalità di esercizio del potere discrezionale. Rileva, cioè, la diligenza nella valutazione preventiva dell’iniziativa economica da intraprendere e dei margini di rischio prevedibili; vale a dire che si può considerare solo l’eventuale omissione di quelle cautele, verifiche e informazioni normalmente richieste per una scelta di quel determinato tipo, operata in quelle determinate circostanze e con quelle determinate modalità.

La responsabilità in questione è diretta e personale dei singoli amministratori e dà luogo a obbligazioni risarcitorie di natura solidale fra componenti del consiglio di amministrazione. Rileva, quindi, l’art. 2055 comma 1 c.c., quale disposizione dettata a favore del danneggiato da una pluralità di responsabili e applicabile anche alle ipotesi di responsabilità contrattuale (anche se nascente da contratti diversi) e di responsabilità mista (cioè per alcuni coautori di natura contrattuale e per altri di natura extracontrattuale).

Ad ogni modo, il fatto di trovarsi in un’ipotesi di concorso di più persone nella causazione del fatto dannoso non incide sulla necessità, per la positiva affermazione della responsabilità solidale dei singoli pretesi responsabili, che il fatto dannoso sia imputabile a ciascuno dei singoli concorrenti, ancorché le condotte lesive possano fra loro essere autonome e, in ipotesi, possano essere diversi i titoli di responsabilità di ciascuno di essi.

Si deve, invece, procedere alla gradazione della responsabilità fra i vari autori dell’unico evento dannoso, in base all’eventuale differente apporto causale, solo nel caso di apposita domanda di ripartizione interna.
I giudici romani ricordano, poi, come sia costante affermazione del locale tribunale (cfr. anche Trib. Roma 16 gennaio 2018 e Trib. Roma n. 15804/2018) quella secondo la quale le mere irregolarità formali, connesse alla tenuta dei libri contabili obbligatori (cfr. l’art. 2214 c.c.) ovvero alla redazione dei bilanci, non siano di per sé causa di danno patrimoniale per la società, in quanto, dal punto di vista risarcitorio, si tratta di “fatti neutri” non incidenti sulla consistenza quali-quantitativa del patrimonio sociale.

Anzi – ha osservato in materia il Tribunale di Milano n. 10224/2013 non richiamato – persino l’alterazione delle scritture contabili (e la falsificazione del bilancio) non può essere assunta, di per sé, quale fonte di un diritto al risarcimento, ove non si dimostri che essa è stata causa di violazioni che hanno prodotto un danno alla società. Peraltro le citate decisioni del Tribunale Roma (del 16 gennaio 2018 e n. 15804/2018), ulteriormente precisano come sia indubbio che artifici contabili possano essere segnali rivelatori di condotte censurabili e finalizzati a occultare distrazioni o a giustificare in via meramente contabile esborsi o utilizzi di finanze societarie, effettuati al di fuori del perseguimento di interessi sociali.

A fronte di tutto ciò, la decisione in commento conclude nel senso che allegare l’esistenza di perdite non correttamente contabilizzate e asseritamente occultate non costituisce di per sé prova che gli amministratori abbiano creato, in conseguenza di una condotta negligente o avventata o addirittura distrattiva, quelle perdite, solo in seguito emerse, e conseguentemente abbiano determinato un danno patrimoniale per la società.

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