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Mercoledì, 14 aprile 2021 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

Il bilancio redatto dalla società semplice apre nuove prospettive

/ Gianluca ODETTO

Venerdì, 9 aprile 2021

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La sentenza del Tribunale di Milano del 29 luglio 2020, pur nascendo da un caso particolare, legato ad un’istanza di revoca dell’amministratore, evidenzia in modo chiaro che anche le società semplici possono redigere i rendiconti con i canoni propri del bilancio d’esercizio, “accompagnati da adeguata nota integrativa”.
Il principio è però lontano dall’essere riconosciuto in ambito tributario, in quanto le società semplici non rientrano tra i soggetti tenuti alla redazione del bilancio e dell’inventario ai fini fiscali a norma dell’art. 15 del DPR 600/73.

Il problema sollevato dal Tribunale di Milano è, ad ogni modo, reale, in quanto in più contesti si potrebbe ragionare nel senso per cui, se la società semplice procede a redigere il rendiconto secondo i criteri, anche valutativi, propri delle società di capitali, dovrebbero essere riconosciuti i benefici che la legge fiscale assegna nel momento in cui esiste un bilancio d’esercizio dal quale è possibile evincere la presenza di talune attività.

Un esempio in tal senso è rappresentato dalla valutazione delle quote in sede di successione. L’art. 16 comma 1 lett. b) del DLgs. 346/90 evidenzia, infatti, che per le partecipazioni non azionarie la valorizzazione è effettuata in base al patrimonio netto “risultante dall’ultimo bilancio pubblicato o dall’ultimo inventario regolarmente redatto e vidimato”, ovvero, in mancanza di bilancio o inventario, in base al valore complessivo dei beni e dei diritti (con la risposta a interpello n. 5/2021, peraltro, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che è possibile estendere a tale fattispecie il beneficio della valutazione automatica).

Pur se l’interpello precisa che “in assenza di bilancio o inventario” la base imponibile è il valore venale dei beni, ponendo quindi il dubbio su cosa accada invece quando un bilancio o inventario vi siano, ci si potrebbe chiedere se la regolare e sistematica tenuta di una contabilità e la regolare redazione e approvazione di un bilancio da parte della società semplice possa portare ad una valutazione, in sede di successione della quota, basata sulle consistenze del patrimonio netto contabile, al pari di quanto avviene per le quote delle società in nome collettivo e in accomandita semplice.

La ritrosia dell’Amministrazione è invece acclarata sul tema della tassazione delle riserve pregresse. Il problema riguarda le (moltissime) società che avevano la veste di srl e che, in genere a seguito di norme agevolative, si sono trasformate in società semplice. In questo caso, l’art. 170 comma 4 lett. b) del TUIR pone una presunzione assoluta per cui le riserve pregresse – formatesi quando la società era una società di capitali – sono assoggettate a tassazione, non essendo ricostituite in bilancio; coerentemente con tale assunto, la circ. Agenzia delle Entrate n. 26/2016 (Cap. III, Parte I) ha precisato che, se la srl si trasforma in società semplice, le riserve pregresse si considerano imputate ai soci.

Anche in questa situazione, ci si potrebbe domandare se il principio possa valere ove la società semplice continui a redigere un bilancio d’esercizio “ordinario”, dal quale emergono i beni e le riserve pregresse, e queste ultime continuino ad essere menzionate come tali nel prospetto del quadro RS compilato dalla società trasformata.
Allo stato attuale, si tratta di un comportamento che implica un grado di rischio estremamente elevato, anche se dopo la pronuncia del Tribunale di Milano potrebbero darsi scenari di maggiore apertura.

Tassazione delle riserve dopo la trasformazione

Un altro tema potrebbe essere quello dei finanziamenti dei soci. Posto, infatti, che le società semplici hanno, nella stragrande maggioranza dei casi, un capitale sociale minimo, se non simbolico, i beni sono in genere acquisiti con tali finanziamenti.

Dato atto che non sussiste ancora un orientamento certo sulla fiscalità di molte operazioni che coinvolgono le società semplici (ad esempio, lo scioglimento delle società semplici non immobiliari), se si considerano imponibili i maggiori valori ai sensi dell’art. 20-bis del TUIR il socio avrebbe tutto l’interesse a rinunciare ai finanziamenti e a trasformarli di fatto in capitale, incrementando in modo corrispondente il costo della partecipazione e riducendo o eliminando conseguentemente la tassazione.

Posto che la concessione dei finanziamenti e la rinuncia agli stessi possono essere documentati in altro modo (scambio di corrispondenza, ecc.), l’evidenza di un bilancio da cui emergono tali fatti potrebbe assumere una valenza decisiva.

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