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Mercoledì, 27 ottobre 2021 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Fino a quando riusciremo ancora a fare i commercialisti?

/ Giancarlo ALLIONE

Sabato, 3 luglio 2021

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Ho letto recentemente un interessante articolo in cui l’autore ha messo acutamente a fuoco la sindrome del “tutto qui”.
Non si tratta solamente di riflettere sul trito “dare importanza alle cose davvero importanti”, che alla fine non si sa esattamente quali siano, o la voglia di chiudere tutto e andare a fare l’apicultore in montagna o magari il pensionato. Non nego che quest’ultima prospettiva sia davvero suadente: passare in un istante dall’essere un commercialista (soggetto per definizione ricco e aiutante degli evasori) all’essere pensionato (soggetto per definizione povero, onesto e degno di ogni aiuto e attenzione, magari esentasse se ti trasferisci in Portogallo). Fantastico.

Certo in questi mesi abbiamo crudamente sperimentato la frustrazione che deriva dalla rinnovata consapevolezza della sostanziale caducità e inutilità delle fatiche umane. Anche questa volta, senza gli americani, non saremmo andati da nessuna parte. Tutto è vanità, metteva già in guardia il Qoèlet. Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno, così come tutte le tasse finiscono all’Erario, il quale non ne ha mai abbastanza.

La pandemia, e il conseguente lockdown, ci hanno indubbiamente privato di una serie di abitudini che ritenevamo essere costitutive del nostro esistere. Ora, varianti permettendo, ci stiamo riaffacciando alla cosiddetta normalità.
Tuttavia, come spesso accade per ogni evento molto atteso, anche questo ritorno alla normalità si è caricato di aspettative importanti e, lo dico per me naturalmente, la sensazione che tornare allo stile di vita precedente non sia poi tutta sta cosa, mi perseguita piuttosto tenacemente.

Non parlo solo ovviamente di serate al ristorante, viaggi, discoteche, cinema, assembramenti allo stadio o in spiaggia, tutte cose di cui non faticheremo ad apprezzare di nuovo l’imprescindibile utilità nel qualificare un’esistenza come degna di essere vissuta.
Parlo piuttosto di riuscire di nuovo ad accanirsi con la medesima convinzione, a percepire come di vitale importanza, ad essere intimamente davvero contenti per questioni come il rispetto di un fuoco di fila di scadenze allucinanti, oppure il raggiungimento di un obiettivo di budget. Parlo di riprendere con rinnovata lena a comprimere in modo implacabile il presente a vantaggio di un domani che non arriva mai, di riuscire di nuovo a giudicare in qualche modo accettabili sere, sabati e domeniche passati in ufficio o comunque a lavorare, come noi commercialisti e i nostri dipendenti facciamo ormai da anni, per tenere in piedi una baracca, per permettere ai clienti di adempiere alla gragnuola di pretese fiscali nazionali e locali, previdenziali, civilistiche e chissà di chi altro, assecondando per la millesima volta le richieste di chi si comporta come se non esistessimo.

Parlo di riuscire ad accettare senza colpo ferire l’ennesima proroga, come l’ultima dei versamenti per i soggetti ISA, comunicata a poche ore dalla scadenza. Una proroga che ha evidenziato il consueto disprezzo verso chi ha buttato sangue per arrivare comunque a tempo digerendosi, tra le altre cose, i 5.000 righi da compilare per dire a chi ti ha dato il contributo, il contributo che ti ha dato. Ma, soprattutto, una proroga che ha di fatto anticipato implicitamente al 20 luglio i versamenti del 30 luglio con la maggiorazione dello 0,4% (si veda “Proroga «dimezzata» per i versamenti dei contribuenti ISA e forfetari” del 2 luglio 2021).

Se infatti è già praticamente usuraio un interesse dello 0,4% mensile, è ovviamente mostruoso un tasso dello 0,4% per 10 giorni di dilazione (su base annua fa più o meno il 14,4%). Dunque, o sperare che i clienti non se ne accorgano, o correre ulteriormente per anticipare di 10 giorni le comunicazioni degli importi dovuti per quei contribuenti che avevano pianificato di versare il 30 luglio, in modo da dare loro la possibilità di scegliere.
E tutto senza più poter contare, sempre che noi lo si sia mai potuto fare, sul potere auto-assolutorio della formula magica per eccellenza: “Lei capisce, siamo in smart working”.

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