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Lunedì, 20 maggio 2019 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Per le società di persone la definizione del PVC è unitaria

L’Agenzia sostiene che il socio non possa definire il maggiore imponibile in assenza della società

/ Dario AUGELLO

Sabato, 18 maggio 2019

Con la circolare n. 7/2019 l’Agenzia delle Entrate ha ribadito che, in caso di PVC riferibile a società di persone e consegnato prima del 24 ottobre 2018, la definizione della pretesa fiscale allo stato delle indagini, da parte dei soci, è condizionata alla definizione in via agevolata contestuale da parte della società (§ 4).
La tesi era già enunciata al § 3.5 del provvedimento n. 17776/2019: secondo l’Agenzia la definizione del PVC, da parte della società, sarebbe comunque prodromica a quella dei soci.

Dal punto di vista pratico, l’imponibile definito dal socio dovrebbe pertanto risultare (anche) dalla dichiarazione correttiva presentata dalla società partecipata.
La ragione che giustifica la definizione unitaria dei redditi prodotti in forma associata e risultanti da PVC sarebbe da rinvenire nella circostanza che la dichiarazione presentata dalla società, così come l’avviso di accertamento notificato all’ente ex art. 40 del DPR 600/73, esplica efficacia anche nei confronti dei soci.

Tuttavia, se l’assunto da cui muove l’Agenzia è corretto, ossia che il reddito dichiarato dalla società o accertato nei suoi confronti è attribuito di regola per trasparenza ai soci, la conseguenza, che ne trae l’Agenzia stessa, secondo cui i soci sarebbero vincolati alla previa definizione del reddito risultante dal PVC da parte della società, non sembra giustificata.
In verità le norme che stabiliscono l’unitarietà dell’accertamento a carico delle società di persone e dei soci non comportano identità di posizioni soggettive: ciascuna delle parti coinvolte ha una responsabilità fiscale sua propria, anche se l’imponibile, da cui origina la pretesa fiscale per ciascun socio, è il medesimo.
Per questo motivo, di regola, ciascuna parte può definire l’accertamento con il pagamento delle sanzioni ridotte oppure impugnare l’atto (dunque è importante che ciascun socio impugni sempre anche l’atto destinato alla società, che gli è notificato insieme all’atto personale).

Allo stesso modo non sembra giustificato che la definizione della pretesa allo stato del PVC, da parte di un socio, per la quota di reddito e imposta a lui solo imputabile, sia condizionata alla previa iniziativa della società partecipata.
La posizione dell’Ufficio sembra ispirata a quella della giurisprudenza di Cassazione, che da oltre un decennio ha introdotto il litisconsorzio necessario per le controversie su redditi prodotti in forma associata, sulla base dell’asserita unitarietà sostanziale del rapporto d’imposta, come risultante dall’art. 40 del DPR 600/73 (Cass. n. 14815/2008).

In realtà, a prescindere dall’opportunità del litisconsorzio necessario (c.d. propter opportunitatem), che è quella di evitare la formazione di giudicati contrastanti, nessuna norma stabilisce che i rapporti tra soci e società sono inscindibili, ossia tali che le controversie, in base al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, debbano essere decise unitariamente secondo il significato proprio dell’art. 102 c.p.c.
Per questo motivo la tesi del litisconsorzio necessario non ha ragione di esistere fuori dal processo.

Non si spiega allora quale sarebbe l’obiettivo, in ragione del quale dovrebbe essere impedito a ciascun socio di definire in autonomia la propria posizione, presentando la dichiarazione integrativa prevista dall’art. 1 del DL 119/2018. La società, che è soggetta anche a IRAP e IVA, potrebbe avere infatti un interesse contrastante. Si pensi al caso in cui un socio abbia una partecipazione minima, per cui la definizione allo stato degli atti, con il vantaggio dello stralcio di sanzioni e interessi, è la soluzione più economica e vantaggiosa, mentre gli altri soggetti hanno interesse a proseguire l’attività di accertamento e presentare eventuali osservazioni e richieste.

La posizione dell’Agenzia non sembra trovare nessun supporto normativo neanche nell’ambito del DL 119/2018, oltre che sul piano sistematico.
Anzi, l’art. 1, comma 4 stabilisce espressamente che, in caso in di consegna del PVC alle società di persone, “la dichiarazione di cui al comma 1 può essere presentata anche dai soggetti partecipanti”, con ciò intendendosi che, per il socio, è sufficiente la notifica del PVC alla società per definire la propria posizione in totale autonomia.
Del resto, la posizione dell’Agenzia contrasta anche con quanto indicato dalla circ. n. 6/2019 in materia di definizione agevolata delle controversie, ove si ammette espressamente che, almeno nell’ambito del condono, le liti proposte dai soci e dalla società sono autonome e scindibili (§ 2.3.7).

Non si comprende dunque la ragione dell’orientamento proposto dall’Agenzia, che, se del caso, potrà essere confutato dal giudice, in presenza di contestazioni.
La posizione unitaria dell’Agenzia delle Entrate presenta inoltre un rischio, che non dovrebbe essere sottovalutato, ossia che la definizione del PVC da parte della società comporti la liquidazione definitiva delle imposte dirette, che derivano dalla dichiarazione correttiva presentata dall’ente, a carico del socio, senza però che il socio abbia dato alcun assenso alla definizione agevolata del PVC.

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