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Lunedì, 16 settembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

La Cassazione annulla il giudizio di ottemperanza

Se la sentenza è di annullamento dell’atto, non si può agire in ottemperanza

/ Alfio CISSELLO

Sabato, 14 settembre 2019

Ai sensi dell’art. 70 comma 1 del DLgs. 546/92, “La parte che vi ha interesse può richiedere l’ottemperanza agli obblighi derivanti dalla sentenza della commissione tributaria passata in giudicato mediante ricorso da depositare in doppio originale...”.
Il giudizio di ottemperanza, a seguito del DLgs. 156/2015, può essere azionato anche prima del giudicato e trova particolare applicazione in caso di annullamento dell’atto impositivo.

Quanto esposto è rafforzato dall’art. 68 comma 2 secondo periodo dello stesso decreto: “In caso di mancata esecuzione del rimborso il contribuente può richiedere l’ottemperanza a norma dell’articolo 70 alla commissione tributaria provinciale ovvero, se il giudizio è pendente nei gradi successivi, alla commissione tributaria regionale”.

La Cassazione, con la pronuncia n. 10299 dello scorso 12 aprile, dà continuità a un orientamento che, nei fatti, vanifica il giudizio di ottemperanza.

Viene infatti stabilito che:
- “il ricorso alla procedura di ottemperanza alla sentenza emessa dal giudice tributario è consentito, unicamente, in presenza di una sentenza esecutiva che, decidendo nel merito una controversia tra contribuente ed erario, abbia impartito specifiche prescrizioni da eseguire”;
- “nel processo tributario il giudizio di ottemperanza non è esperibile per dare attuazione alle sentenze di annullamento di un atto che, avendo effetti caducatori, sono «autoesecutive» (In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la pronuncia impugnata che in sede di ottemperanza alla sentenza di annullamento di una cartella esattoriale aveva ordinato alla concessionaria della riscossione di pagare l’ammontare indicato nella cartella all’Amministrazione finanziaria ed a questa di emettere un provvedimento di sgravio in favore del contribuente, nominando altresì un «commissario ad acta») (Cass. n. 31601 del 2018; v. anche Cass. n. 26433 del 2018; Cass. n. 28286 del 2013)”.

Se, come a ben vedere si spera, non si erra nell’interpretare il principio che i giudici vogliono esternare, sembra che mediante ottemperanza non si possa dare attuazione alla sentenza che abbia annullato l’accertamento.
Facciamo allora l’esempio più semplice, tralasciando le liti che originano da ricorsi contro i dinieghi di rimborso o contro i c.d. atti negativi (esempio, diniego di definizione di lite pendente).
Il contribuente, raggiunto da una cartella da liquidazione automatica, paga tutti gli importi per evitare l’esecuzione forzata e vince.
Poco importa, nel sistema attuale, che si sia formato il giudicato, in quanto è subito ammessa l’azione di ottemperanza.

Viene notificata la sentenza ai sensi dell’art. 68 del DLgs. 546/92 e l’Agente della riscossione, o l’Agenzia delle Entrate, si rifiutano di sgravare le somme, o meglio, per una ragione o per l’altra, non le restituiscono.
Cosa può fare il contribuente?
Nulla, se si accetta il principio della Cassazione.

Auspicabile il revirement giurisprudenziale

Prima del DLgs. 156/2015, poteva agire in sede esecutiva, con tutte le problematiche del caso, ma ora l’unico rimedio voluto dal legislatore è l’ottemperanza, che, tuttavia, per la Cassazione, non è esperibile.
Forse, per i giudici il contribuente, a fronte dell’inerzia nella restituzione delle somme, dovrebbe presentare istanza di rimborso e impugnare il diniego?

Se così fosse, tralasciando ovvi commenti sulla lesione del principio costituzionale di economia processuale, ci si potrebbe chiedere a che serve adire il giudice tributario, a che serve la sentenza di accoglimento del ricorso.
Nella pronuncia in commento si sancisce che le sentenze sono autoesecutive, peccato che non sia autoesecutiva la restituzione degli importi ad opera della parte pubblica.

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