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Mercoledì, 12 agosto 2020 - Aggiornato alle 6.00

OPINIONI

L’equivoco di Gualtieri sui professionisti

La norma di cui all’art. 25 del DL 34/2020 non sembra seguire alcun criterio quando preclude l’agevolazione ai liberi professionisti

/ Enrico ZANETTI

Sabato, 23 maggio 2020

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Sui liberi professionisti c’è un equivoco.
Così si è espresso l’altra sera il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ospite su La7 della trasmissione Piazza Pulita di Corrado Formigli, quando gli è stato chiesto della levata di scudi di tutte le libere professioni a fronte della esclusione dei liberi professionisti dal contributo a fondo perduto previsto dall’art. 25 del decreto “Rilancio”.

Che un equivoco vi sia non c’è dubbio, ma non è quello che intendeva il Ministro, perché le norme sono chiarissime.
Per artigiani e commercianti, dopo la conferma dei 600 euro di marzo anche per aprile, l’indennità relativa a maggio viene “sostituita” dal contributo a fondo perduto che, in presenza di un calo del fatturato di oltre un terzo ad aprile 2020 rispetto ad aprile 2019, consente di beneficiare di un aiuto minimo di 1.000 euro che, giustamente, può però salire fino a raggiungere svariate migliaia di euro in presenza di cali di fatturato particolarmente rovinosi.

Per i liberi professionisti, invece, il meccanismo del contributo a fondo perduto resta off limits e per essi, anche in presenza di cali altrettanto significativi del reddito, l’importo di 1.000 euro a maggio costituisce non già la soglia minima, bensì la soglia massima di aiuto cui possono aspirare. Ammesso e non concesso che, in presenza dei relativi cali, questo importo massimo venga davvero riconosciuto a tutti i liberi professionisti e non soltanto ad alcuni, come avvenuto in occasione delle indennità di marzo, disciplinate dal decreto “Cura Italia”, quando già fu commessa la prima (sopportata) discriminazione.

La domanda, che ci si deve porre, è molto semplice: perché una partita IVA individuale che svolge attività economica di tipo artigianale o commerciale (e che ha avuto diritto, al pari di altri lavoratori autonomi, a 600 euro per i mesi di marzo e aprile) viene ammessa, in presenza del calo significativo del fatturato, a un contributo a fondo perduto erogato dall’Agenzia delle Entrate in misura minima di 1.000 euro e a salire in proporzione al calo registrato; mentre una partita IVA individuale che svolge attività economica di tipo professionale viene mantenuta nell’alveo di un meccanismo che, anche in presenza dei medesimi cali, prevede 1.000 euro come massimo (non come minimo) e nemmeno per tutti?

L’equivoco (che riguarda il legislatore, non i professionisti) nasce dalla incapacità di porsi questa semplice domanda; e di valutarla per quello che è, nel trasformare in norme la risposta.
Se si pensa che i liberi professionisti siano dei privilegiati che in questi mesi non hanno subito nei loro studi gli stessi danni che altri lavoratori autonomi hanno subito nei loro laboratori e nei loro negozi, non serve escluderli a priori: sarà il requisito del calo di fatturato a tagliarli fuori, visto che vivono e operano in una sorta di paradiso terrestre parallelo, inscalfibile anche dalle più drammatiche circostanze.

Se invece quello stesso calo lo hanno subito anche loro, cosa rende l’attività economica da essi esercitata meno degna di quelle esercitate da altri?
E cosa li rende, come persone e cittadini che si guadagnano da vivere con partita IVA, meno degni di altri che fanno altrettanto?
Ci vuole attenzione.

Usciamo da un lockdown che è stato (giustamente) imposto per tutelare la salute di tutti, ma che è stato (meno giustamente) messo in conto soltanto ad alcuni.
Se si comincia a fare pure discriminazioni tra quegli alcuni, si rischia davvero di esacerbare gli animi oltre il lecito.
Per intendersi, una norma che dicesse “il contributo a fondo perduto è solo per chi svolge attività economica in forma societaria, mentre per chi la svolge in forma individuale si applicano altri strumenti”, costituirebbe una norma che segue un criterio condivisibile o non condivisibile, ma non arbitrario.
Farebbe storcere il naso e borbottare frasi irripetibili, ma non farebbe impugnare un forcone.

Una norma come quella che invece è stata scritta nel decreto “Rilancio” non segue criteri, applica discriminazioni.
Questo è l’equivoco, non altro.
Ed è proprio il caso di risolverlo.

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