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Sabato, 26 settembre 2020 - Aggiornato alle 6.00

IL CASO DEL GIORNO

Profili successori non definiti per le convivenze

/ Cecilia PASQUALE

Mercoledì, 16 settembre 2020

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Nell’ambito di uno stabile rapporto di convivenza, ci si può chiedere quali siano gli strumenti che la legge predispone a tutela dell’altro convivente in caso di morte di uno dei due, posto che tale status non è compiutamente preso in considerazione dalla legge.

La L. 76/2016 (c.d. “legge Cirinnà”) non riconosce al convivente di fatto diritti successori, fatta eccezione per limitati diritti abitativi (il diritto di continuare ad abitare temporaneamente la casa di comune residenza – art. 1 comma 42 – e la facoltà di succedere nel contratto di locazione della casa di comune residenza stipulato dal convivente – art. 1 comma 44).
Questa lacuna, se da un lato è coerente con la natura “informale” della convivenza more uxorio, dall’altro lascia il convivente del tutto sprovvisto di garanzie in sede successoria.

A questo proposito, è utile ricordare che, ai fini della L. 76/2016, sono conviventi di fatto “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile” (art. 1 comma 36). Ferma restando la sussistenza di questi presupposti, per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica ex artt. 4 e 13 del DPR 223/89 (art. 1 comma 37).
Si tratta, dunque, di una convivenza qualificata, in quanto è integrata non solo dalla coabitazione di due soggetti (requisito non esplicitato ma desumibile in via interpretativa), bensì da elementi ulteriori, tra cui la stabilità e la reciproca assistenza.

Diverso è il contratto di convivenza (art. 1 comma 50), ossia il negozio con cui i conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune; neppure in questo caso si fa riferimento alla possibile gestione dei profili patrimoniali conseguenti alla morte di un convivente.

Pertanto, in assenza di previsioni che attribuiscano diritti successori, i conviventi hanno a disposizione gli ordinari istituti previsti dall’ordinamento, quali il testamento (nei limiti della quota disponibile) o la donazione, eventualmente con patto di riversibilità in caso di premorienza del donatario ex art. 791 c.c. o con riserva di usufrutto a favore del donante ex art. 796 c.c. Si tratta, in questo caso, di attribuzioni patrimoniali per atto tra vivi con effetto immediato (e non per il periodo successivo alla morte di un convivente), riducibili in caso di lesione della legittima.

Quanto al contratto di convivenza, è stato osservato in dottrina che il comma 50, nel riconoscere ai conviventi il potere di disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla vita in comune, consentirebbe l’accordo anche su aspetti patrimoniali relativi alla cessazione della convivenza per morte di uno dei due, poiché anche questi sono aspetti “relativi alla loro vita in comune”. Tale possibilità, in ogni caso, deve essere valutata tenendo conto del divieto di patti successori ex art. 458 c.c. e del divieto di sottoporre il contratto di convivenza a termine o condizione (comma 56).

Dubbia la natura del diritto di abitare la casa di comune convivenza

Come anticipato, il comma 42 dell’art. 1 della L. 76/2016 prevede un diritto di abitazione temporaneo a favore del superstite, disponendo che “in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni”. Se nella stessa coabitano figli minori o disabili del convivente superstite, questo può continuare ad abitare nella casa per un periodo non inferiore a tre anni.

La previsione è volta a proteggere il diritto all’abitazione dalle pretese dei successori del defunto per un lasso di tempo sufficiente a consentire al convivente di soddisfare diversamente l’esigenza abitativa.
Tale diritto si ispira al diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare spettante al coniuge (e alla parte superstite dell’unione civile, per via dell’espresso richiamo operato dal comma 21 dell’art. 1 della L. 76/2016) ex art. 540 comma 2 c.c., da cui, tuttavia, si distingue in ragione della temporaneità e, secondo parte degli interpreti, della natura.

Mentre il diritto dell’art. 540 comma 2 c.c. è un diritto reale, quello spettante al convivente sarebbe un diritto personale di godimento. In questo senso si è espressa l’Agenzia delle Entrate (risposte interpello nn. 37/2018 e 463/2019), che ha escluso che esso debba essere indicato nella dichiarazione di successione, in quanto diritto personale di godimento attribuito a un soggetto che non è erede o legatario. Di diverso avviso è parte della dottrina, che ritiene preferibile la ricostruzione in termini di diritto reale, in quanto lo renderebbe opponibile ai terzi (nell’altro caso, al convivente spetterebbe una tutela solo risarcitoria qualora dei terzi avanzassero diritti sull’immobile).

Peraltro, il diritto di continuare ad abitare la casa è espressamente previsto per i conviventi aventi gli elementi indicati alla legge “Cirinnà” ex art. 1 commi 36 e 37; resta, dunque, aperta la questione se il diritto sia estensibile alle convivenze che non presentano i requisiti di legge.

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