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Domenica, 24 gennaio 2021

FISCO

Fatture false da individuare in maniera precisa per applicare misure cautelari

Il mero impiego delle fatture per ottenere il pagamento della prestazione annotata non è idoneo a celare la provenienza delittuosa del documento

/ Maria Francesca ARTUSI

Giovedì, 14 gennaio 2021

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Alcuni principi in tema di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e di conseguente autoriciclaggio sono stati ribaditi dalla Corte di Cassazione nella pronuncia n. 1080, depositata ieri, nell’ambito di un’attività di conferimento di rifiuti così come disciplinata dal codice dell’ambiente (DLgs. 152/2006).

L’amministratore di una srl era indagato per avere utilizzato, al fine di evadere le imposte sui redditi per un totale di 534.734,06 euro fatture per operazioni inesistenti e per avere sostituito con denaro del valore di 1.663.06,56 euro tali fatture, effettuando pagamenti in modo da far apparire esistenti tali operazioni e celare in concreto la provenienza delittuosa delle fatture che venivano impiegate nell’attività economica della società, in particolare utilizzandole nelle dichiarazioni fiscali. Oltre a ciò era contestato il reato di attività organizzate per il traffico di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.).

La Guardia di Finanza aveva rilevato che i documenti fiscali emessi erano stati valutati come relativi ad operazioni quantomeno soggettivamente inesistenti e sovrafatturate in quanto attestanti cessioni che la ditta controllata non era in grado di eseguire a fronte di conferimenti di materiali per la maggior parte effettivamente eseguiti da soggetti terzi al fine di permettere alle piattaforme di giustificare il materiale acquistato senza rispettare gli obblighi fiscali e la normativa ambientale. Tuttavia, l’attività di indagine non aveva fornito alcun elemento concreto da cui desumere l’insussistenza oggettiva di parte delle operazioni di cui alle fatture emesse dai micro-conferitori.

Viene ricordato in proposito come, secondo la giurisprudenza prevalente (Cass. n. 27392/2012 e Cass. n. 4236/2019), il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti sussiste sia nell’ipotesi di inesistenza oggettiva dell’operazione, cioè quando non sia stata posta mai in essere nella realtà, sia in quella di inesistenza soggettiva, ossia quando l’operazione vi sia stata ma per quantitativi inferiori a quelli indicati in fattura, sia infine nel caso di sovrafatturazione qualitativa, nel quale la fattura attesti la cessione di beni e/o servizi aventi un prezzo maggiore di quelli forniti, in quanto oggetto di repressione penale è ogni tipo di divergenza tra la realtà commerciale e la sua espressione documentale.

Ma nel caso in esame viene rilevata l’assenza di un quadro di gravità indiziaria in quanto non era stato possibile individuare esattamente quale parte delle fatture emesse dalle ditte individuali poteva essere ritenuta relativa ad operazioni oggettivamente inesistenti ovvero sovrafatturate ed identificare i reali soggetti dai quali le società avrebbero di fatto acquistato i beni commercializzati.

Il Tribunale di merito aveva, in effetti, evidenziato come non potessero trarsi elementi indiziari dall’analisi dei MUD (modelli unici di dichiarazione ambientale), considerato che i venditori ambulanti sono esonerati dagli adempimenti documentali previsti per i rifiuti che gestiscono, né dall’asserita incapacità dei micro-conferitori di vendere il quantitativo oggetto delle fatture, tenuto conto della tipologia dei mezzi utilizzati per trasportarli e della inadeguatezza dei locali sede dell’attività di impresa.

Con riguardo all’autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.), era stata contestata dal Pubblico Ministero la condotta di sostituzione delle fatture, ritenute provento del delitto di cui all’art. 2 del DLgs. 74/2000, con il denaro; operazione questa che sarebbe stata funzionale a far apparire esistenti le operazioni sottese alle fatture e a celarne quindi la provenienza delittuosa.

La Cassazione concorda, però, con il ragionamento del Tribunale secondo cui il pagamento con denaro delle prestazioni indicate in fattura non comporta una sostituzione di tale documento fiscale che, anche dopo il pagamento, resta materialmente e giuridicamente esistente: il mero impiego delle fatture per ottenere il pagamento della prestazione ivi annotata non è idoneo a celare la provenienza delittuosa del documento fiscale e l’impiego di fatture emesse da terzi non è punibile ex art. 9 del DLgs. n. 74/2000 (per cui non può essere contestato il concorso tra emittente e utilizzatore delle fatture false).

Tra l’altro, l’assenza di elementi probatori in ordine alla gravità indiziaria del reato fiscale presupposto coinvolge la sussistenza, sempre in termini di gravi indizi, del reato di autoriciclaggio.
A fronte di tutte queste considerazioni, i giudici di legittimità confermano la decisione di merito di non applicare la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti dell’amministratore indagato. Resta, invece, confermata l’interdizione dall’esercizio di uffici direttivi di imprese e società, nonché l’obbligo di dimora, in relazione al reato ambientale.

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