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EDITORIALE

Il tavolo zoppo della riforma fiscale di Tremonti

/ Enrico ZANETTI

Giovedì, 28 ottobre 2010

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Credere o non credere nel tavolo per la riforma fiscale, avviato nei giorni scorsi dal Ministro Giulio Tremonti con le parti sociali? In primo luogo, va detto che, prima ancora di crederci o non crederci, sarebbe buona cosa avere la possibilità di esserci seduti. Invece, per l’ennesima volta, la nostra categoria non c’è. Almeno per adesso.
Ha senso? Può averne, se si considera che questo è il Paese in cui la colpa maggiore è quella di essere competenti e indipendenti, perché significa sapere cosa va detto e non preoccuparsi se magari è una cosa che scontenta tutti.
Al di là di queste assolutamente legittime considerazioni, rimane il fatto che va sempre più radicandosi l’impressione di un utilizzo ad orologeria del tema della “grande riforma fiscale”: un po’ come se valesse il principio per cui, quando si è a corto di argomenti, se sei un semplice padrone di casa ti giochi il jolly delle foto del matrimonio, se sei un Ministro dell’Economia ti giochi quello del fisco da cambiare dalla a alla z.
Nel 2003, ricordiamo benissimo tutti (vedete il maledetto difetto della competenza, tanto più se abbinato a quello ancor più dannato della memoria?) che le volontà di riforma a 360 gradi del fisco non soltanto già c’erano tutte, ma addirittura si erano tradotte in una legge delega (L. 80/2003). Eppure, l’unica reale attuazione, di quella roboante rivisitazione integrale del nostro sistema fiscale, riguardò il comparto dell’IRES (DLgs 344/2003): tutto il resto in cavalleria e ora si ricomincia da capo.
In realtà, questa volta si ricomincia da ancora più indietro, perché, giustamente, si parte dal chiedersi quali obiettivi vogliamo raggiungere con la riforma. Nella precedente occasione, questa fase era stata by-passata dalla assoluta chiarezza dell’obiettivo dichiarato: ridurre la pressione fiscale. Ora come allora una vera e propria barzelletta, considerato lo stato dei conti pubblici; solo che allora non era ancora ben chiaro a tutti e si poteva raccontarla, mentre oggi non fa più ridere e, opportunamente, ce la si risparmia.

D’altro canto, pretendere di abbassare la pressione fiscale riformando il fisco è come pretendere di abbassare il numero di studenti in età scolare facendo la riforma della scuola.
Per abbassare la pressione fiscale, l’ultima cosa che serve è riformare il fisco: basta abbassare le aliquote, previa realizzazione delle riforme necessarie a ridurre la spesa pubblica e a rendere più competitivo il Paese, come quelle sulla sanità, sulle pensioni, sul lavoro e sulla giustizia (civile, altro che penale).
Insomma, tutte quelle cose di cui si parla un po’ meno se si è impegnati a parlare di riforma fiscale. Se però l’obiettivo è quello di creare un sistema fiscale meno iniquo, ecco allora che le cose cambiano: la riforma del sistema è proprio quel che ci vuole.

Di qui le discussioni preliminari su quali direttrici di equità intraprendere. Uno degli slogan cari al Ministro è “dalle persone alle cose”: assolutamente condivisibile, anche se poi, per quanto suoni bene, a quanto mi risulta le tasse delle cose le pagano comunque le persone (preciso però sin d’ora che non mi opporrò qualora, a riforma attuata, vedessi il mio spazzolino da denti che si paga la sua IVA da solo).
Battute a parte, quello che bisogna chiarire è se lo spostamento della tassazione sulle “cose” si intende con riguardo alle “cose acquistate”, cioè i consumi, oppure alle “cose possedute”, cioè i patrimoni. Appesantire la tassazione sui consumi, in un sistema economico che si basa proprio su di essi e sulla velocità di circolazione della moneta, mi sembrerebbe, se non addirittura sbagliato, quanto meno pericoloso e forse controproducente.
Tutt’altra musica se invece parliamo di “cose possedute”.

Il nodo è tutto lì.
Siamo il Paese del debito pubblico da capogiro e della maggiore disponibilità di ricchezza privata, al punto che da più di un anno stiamo battagliando perché entri anch’essa nei parametri rilevanti per il patto di stabilità europeo.
Vogliamo avere l’onestà di dire che, probabilmente, una delle fonti di tanta ricchezza privata è proprio l’alto debito pubblico? Vogliamo avere l’onestà di dire che il risparmio è sacro, ma che oltre a una certa soglia è più corretto parlare di puro e semplice accumulo?
Vogliamo avere l’onestà di dire che questa elementare distinzione non viene fatta perché, dopo essersi alimentata anche grazie alla parallela crescita del debito pubblico, la ricchezza privata serve oggi per sottoscriverlo? Vogliamo avere l’onestà di dire che, al punto cui siamo arrivati, tassare di più la rendita e i patrimoni per tassare di meno il lavoro e la produzione, non è un’istanza di tipo equitativo-comunista, bensì di chiara matrice liberal-efficientista? Vogliamo avere l’onestà di dire, una volta per tutte, che guadagnare bene è una cosa, essere ricchi è un’altra?
Se non volessi sentirmi fare queste domande scomode, tanto più scomode perché magari accompagnate pure dalle soluzioni tecniche che individuano le risposte, nemmeno io li vorrei i commercialisti al tavolo.

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