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Domenica, 5 febbraio 2023

EDITORIALE

Anche l’Agenzia contro gli adempimenti

/ Giancarlo ALLIONE

Lunedì, 25 novembre 2013

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Non sono passate inosservate le dichiarazioni di Attilio Befera, con cui ha affermato che l’Agenzia delle Entrate rischia di essere travolta da una mole di incombenze generata dalla normativa Anticorruzione, mole idonea a portarla alla paralisi.

Sarebbe facile limitarsi ad osservare che queste dichiarazioni provengono proprio da una delle Amministrazioni pubbliche che ha creato un vero diluvio di adempimenti per imprese e professionisti e che ha sistematicamente contrapposto alle lamentele dei destinatari dei propri provvedimenti la necessità di perseguire un fine superiore quale è la lotta all’evasione fiscale. Forse che la lotta alla corruzione non è un fine di rango almeno pari a quello della lotta all’evasione?
Ma, con le polemiche non si va da nessuna parte. Le parole di Befera pongono una serie di questioni politiche enormi che i nostri politici – non i tecnici – dovrebbero affrontare subito.

In Italia, nell’ordinamento giuridico e nella società, non esiste un clima ostile verso la ricchezza tout court, e neppure vi è un clima particolarmente ostile verso chi vive alle spalle della collettività nei modi più disparati (dal finto invalido, al dipendente pubblico assenteista, dal baby pensionato). Vi è piuttosto una ostilità diffusa verso chi la ricchezza la produce, credo per una cromosomica invidia verso chi fa fortuna, ma anche per il timore (a volte fondato) che chi ha prodotto la ricchezza tenti poi di sottrarne una parte alla tassazione.

Tuttavia la ricchezza, prima di tassarla, o ripartirla, come amano dire i sindacati, bisogna produrla.
Produrre ricchezza in modo lecito è una cosa complessa e faticosa. Bisogna saperlo e volerlo fare.
A convincere una persona ad investire misurandosi col mercato e a lavorare quanto serve per creare qualcosa che prima non c’era, non bastano la paura della fame o il rischio di veder ridotto il proprio tenore di vita. Occorrono capacità personali e dedizione. Occorre la ragionevole prospettiva che, se dal proprio sforzo deriveranno dei risultati, questi andranno in misura rilevante a vantaggio di chi li ha prodotti (leggi livello della tassazione), ma soprattutto occorre un contesto favorevole che agevoli lo sforzo per quanto possibile e che mostri apprezzamento per quanto si sta facendo (leggi clima sociale e rapporto con le istituzioni).

Vi è evidentemente un articolo segreto della nostra Costituzione, che quindi io non conosco, che impone al legislatore e alle pubbliche amministrazioni di fare in modo che l’Italia sia il posto peggiore del mondo per fare qualsiasi cosa.

Coloro i quali hanno la sventura di vivere nel mondo reale e il cui reddito non è mai un diritto acquisito, ma dipende ogni giorno esclusivamente da quantità e qualità del proprio lavoro, sanno bene quanto sia difficile operare.
Le imprese italiane, mentre combattono ogni giorno contro la concorrenza di Paesi dove il costo del lavoro è di 60 dollari al mese e non vi è alcun rispetto né per l’ambiente, né per la sicurezza dei lavoratori, mentre combattono le restrizioni al credito e lo Stato che non paga, sono subissate da adempimenti burocratici e richieste continue di dati, report, certificazioni.
E’ difficile e irritante fare qualcosa di impegnativo mentre si è bersagliati da chi sembra non avere alcuna percezione di cosa comporta fare quello che sta chiedendo. Vengono immediatamente alla mente le mosche cocchiere di Esopo che si affannano sull’orecchio dell’asino a dare ordini e istruzioni.
Ben venga quindi il disagio di Befera, se potrà servire a far prendere consapevolezza a chi governa degli effetti di una burocrazia opprimente.

D’altra parte, gli imprenditori italiani si possono dividere in quattro gruppi. Quelli che non vedono l’ora di andare in pensione (ed entrare così finalmente a far parte di quella classe sociale il cui reddito è un diritto acquisito, cascasse il mondo), quelli che non vedono l’ora di vendere l’azienda, incassare e andare in pensione, quelli che hanno delocalizzato o delocalizzeranno per sopravvivere, infine, quelli che, nonostante tutto, vivono, lavorano e danno lavoro in Italia.
Di questi ultimi bisognerebbe avere, soprattutto in tempi come gli attuali, un rispetto sacro. Sono l’unica possibilità che ha l’Italia di sopravvivere.

Ben venga quindi il disagio di Befera, se farà capire che si deve cominciare subito a porre grande attenzione anche all’impatto che le norme hanno sui loro destinatari dal punto di vista organizzativo.
Ogni norma che impone un nuovo adempimento dovrebbe recare con sé la stima del carico di lavoro improduttivo che genererà, il costo corrispondente e la espressa valutazione che il costo generato è proporzionato al risultato. Non è difficile.
Proviamo a prendere, per esercizio, uno dei tanti ricalcoli degli acconti. Poniamo che le imprese interessate siano 3.000.000 e che ognuna di esse impieghi 1,5 ore di un impiegato amministrativo senior dal costo azienda orario medio di 30 euro.
Costo per il sistema delle imprese interessate: euro 45 x 3.000.000 = euro 135.000.000.
Facile e istruttivo. Vero?

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