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Lunedì, 26 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Split payment e XBRL, più adempimenti non remunerati per tutti

/ Giancarlo ALLIONE

Mercoledì, 4 febbraio 2015

L’inizio dell’anno ha regalato alle imprese nuovi adempimenti a pioggia che, come di consueto, quasi sempre ricadranno sulle spalle dei loro inutili consulenti, i quali vi provvederanno tempestivamente, come di consueto, con scarsissime probabilità di essere pagati.

Fra i più eclatanti vi è lo split payment, che, come è stato osservato da un collega (si veda “Se l’Ue non «autorizza» lo split payment, è ben chiaro su chi ricadranno i danni”), obbligherà migliaia di imprese e tutti gli enti pubblici ad adeguare i loro sistemi informativi. Tutto ciò, ci hanno spiegato, ha la precipua finalità di combattere le frodi IVA. La relazione al provvedimento ha stimato in un miliardo il gettito che deriverà dalla novella.
In altre parole, i nostri fornitori (dico nostri in quanto cittadino e membro del c.d. popolo sovrano) ci hanno rubato un miliardo all’anno di IVA o ,viceversa, si potrebbe dire che i preposti alla gestione di tali fornitori si sono fatti rubare un miliardo all’anno negli ultimi 5, 10, 15, 30 anni. Partendo dal miliardo che, senza la norma in commento, sarebbe stato rubato nel 2015, potremmo stimare il furto dell’IVA operato dai fornitori della P.A. in circa 10 miliardi solo negli ultimi 10 anni.
Peccato non essercela fatta venire in mente prima una norma del genere.

Il rimedio è di colombiana semplicità e oltre tutto in linea perfetta con la tradizione (vedi il divieto di uso dei contanti per gli autotrasportatori). Sappiamo, per induzione statistica, che in una certa popolazione si nasconde un certo numero di ladri, ma essendo troppo laborioso individuarli facciamo fare un anno di galera a tutti. Così, sappiamo che fra i fornitori della P.A. si nasconde un certo numero di evasori (spero siano meno del 50%), ma li obblighiamo tutti a sostenere costi infrastrutturali e accettiamo il rischio che molti “completamente innocenti” incorrano in problemi finanziari potenzialmente anche gravi.
Nel più sta il meno. Deve aver ragionato così anche Erode quando ordinò la strage degli innocenti, ma la sua scelta non è passata alla storia come una particolarmente felice, né per il metodo, né per il risultato.

Su un versante completamente diverso troviamo l’introduzione dell’obbligo di presentare la Nota Integrativa in formato XBRL.
Tralascio il dettaglio che, per l’ennesima volta, siamo di fronte ad una decorrenza che pare incerta, tanto da lasciare il dubbio che si possa rinviare l’adempimento di un altro anno (si veda “Nella sperimentazione pochi i bilanci depositati con Nota integrativa in XBRL”).

Ciò che trovo strabiliante ed emblematico del disinteresse per chi deve operare nella realtà è questo continuo accanimento terapeutico nei confronti della Nota Integrativa. Negli anni è diventata un conglomerato infinito di tabelle spesso incomprensibili che nessuno legge e che ora si pretende di ingabbiare in una struttura XBRL.
Ma soprattutto mi chiedo come sia possibile ostinarsi ad obbligare imprese e consulenti a spendere milioni di ore di lavoro per produrre pagine e pagine di dubbia utilità, riducendo la redazione del bilancio a mera sterminata sequela di frasi fatte (si veda “La formalizzazione delle tabelle della Nota integrativa in XBRL è inutile”) e sottraendo tempo preziosissimo alla vera gestione aziendale, che in momenti di crisi deve essere focalizzata sulla pianificazione del cash flow e sulla gestione dei flussi finanziari, nonché documentata attraverso rendiconti finanziari attendibili e comprensibili.

In Italia, al 31 dicembre 2012, c’erano 1.411.747 società di capitali. Se la gestione dell’XBRL della Nota comportasse due ore di lavoro in più per ciascuna società al costo di 30 euro all’ora, questa norma comporterebbe un costo aggiuntivo per il sistema di 105.881.025 milioni di euro, come il gettito IMU dei terreni montani. I tempi che stiamo vivendo impongono di destinare ogni risorsa alla gestione del business. La Nota Integrativa basta e avanza così com’è.

È di questi giorni la notizia che Costa Crociere intende trasferire quattro dipartimenti dell’azienda da Genova ad Amburgo.
Non conosco nulla della vicenda, ma posso azzardare che i vertici di Costa non siano giunti a questa decisione per cattiveria o per stupidità. Evidentemente pensano di poter sviluppare meglio il loro business là piuttosto che in Italia e che il vantaggio sia cosi grande da compensare i costi e i disagi che un trasferimento sempre comporta. Ma, attenzione, non vanno a Bangalore o nel  Vietnam, vanno in Germania, dove il costo del lavoro è più alto che in Italia.

C’è di che riflettere, molto, per tutti.

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