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Mercoledì, 21 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Il Paese delle meraviglie: petali di rosa, voluntary e imposte di registro

/ Giancarlo ALLIONE

Martedì, 15 settembre 2015

Stando a quanto si è letto sui giornali, il clan dei Casamonica ha potuto per anni delinquere indisturbato, o non abbastanza disturbato, posto che sarebbe riuscito ad accumulare illecitamente la fortuna, Ferrari compresa, che ci hanno mostrato per settimane in televisione.
Poi non ti vanno a commettere l’errore di ingaggiare quattro cavalli per tirare il feretro anziché utilizzare una Bentley da un milione di euro? Questo sì che ha destato la reazione delle istituzioni, della stampa e dell’opinione pubblica tanto che ingenti forze di polizia (almeno così ho letto) hanno finalmente presidiato la messa di settima. Accidenti, se al posto di spargere petali avessero rubato, estorto, o commerciato in droga sarebbero a malapena finiti nelle pagine della cronaca locale.

Un altro bell’esempio di ipocrisia collettiva è rappresentato dalla voluntary disclosure.
Proviamo a ragionare sui fatti. Nel tempo molte migliaia di cittadini hanno potuto indisturbati, o almeno non abbastanza disturbati, portare capitali più o meno ingenti all’estero.
Le motivazioni sono state, posso immaginare, le più variegate. C’è chi ha avuto paura dei comunisti, chi ha messo al sicuro il nero, chi non si fidava dello Stato italiano o delle banche italiane, chi voleva nascondere un gruzzolo alla moglie o ai creditori, chi temeva le patrimoniali auspicate dai sindacati in televisione ogni due per tre o il ritorno alla lira.

Certo, la Repubblica italiana un esamino di coscienza dovrebbe farlo, se un buon numero di cittadini ha più fiducia in un ordinamento straniero che nel proprio, tanto da affidargli i propri risparmi. Troppo facile liquidare il fenomeno come un comportamento di delinquenti irredimibili. D’altra parte, anche i recenti clamorosi trasferimenti di sedi legali all’estero non fanno altro che confermare un sentiment diffuso.

Comunque, quello che è stato fatto è stato fatto e si è ora voluto porvi rimedio. Le soluzioni possibili erano almeno due:
- andare a prendere tutti quelli che detengono illecitamente capitali all’estero, e applicare tutte le sanzioni appropriate in base al comportamento tenuto e alle norme violate;
- cercare un accordo con chi ha tenuto questi comportamenti e indurlo a recedere, offrendo qualche vantaggio.
La prima sarebbe stata di gran lunga la preferibile, ma pragmaticamente si è optato per la seconda: se non riesci a batterli, devi farteli amici. È una tecnica consolidata, usata fin dalla preistoria e da ultimo anche con pentiti di mafia che si sono macchiati di delitti efferati.

Però, una volta deciso, avremmo dovuto cercare almeno di essere coerenti e provare a massimizzare i risultati, piantandola di stracciarci continuamente le vesti, di complicare fino al delirio le procedure e i dati da fornire, financo introducendo surrettizi obblighi di delazione (si veda “Collaborazione volontaria o denuncia di un socio o di un parente?” del 4 settembre).

Si sarebbe dovuto dare, a chi deve fare delle scelte, un quadro normativo con un minimo di certezza, chiarendo celermente tutti i dubbi che sono emersi, e conseguentemente il tempo necessario per poterlo applicare.
Qui non si tratta solo di concedere in articulo mortis l’ennesima mezza proroga (si veda “Proroga «parziale» per la voluntary disclosure” di oggi), ma di offrire un contesto nel quale sia possibile operare tutti con la tranquillità necessaria, lavorando sodo anche per ripristinare un clima di fiducia a livello più generale.

Invece continuiamo ad assistere a vicende davvero poco incoraggianti.
Se qualcuno non ti paga, devi fare una causa, pagare gli avvocati, dimostrare le tue ragioni, attendere i tempi tecnici di giudizio, sperare di ottenere una sentenza favorevole e cercare poi di ottenerne l’esecuzione. Ma in ogni caso la sentenza va registrata e, se l’importo non è soggetto a IVA, devi versare l’imposta di registro in misura proporzionale (3%).
Capito? Uno non ti paga, ti rivolgi alla Giustizia. Ottieni dopo qualche anno una sentenza favorevole e a quel punto, puntuale come un orologio svizzero (dichiarato sul quadro RW naturalmente), lo stato pretende il 3% per dare corso al tuo diritto di avere i tuoi soldi.
Se avessimo scoperto che il clan Casamonica pretendeva il 3% per favorire i pagamenti che avvenivano nella loro zona di competenza, avremmo usato termini specifici tratti dal codice penale per qualificare la fattispecie. Ci saremmo anche indignati, ma meno rispetto all’uso di quadrupedi durante un funerale.

E già qui ci sarebbe da obiettare, ma abbiamo appreso attraverso gli articoli di Eutekne.info di ieri e di sabato (si veda “Risarcimento specializzandi «ripagato» con cartelle da 370.000 euro” del 12 settembre 2015) che, se la parte soccombente – cioè la parte che ha torto – è lo Stato, ancorché per questo tipo di imposte la responsabilità sia solidale, non vi è nessuna esitazione nello stabilire che il 3% famelico non compete mai allo Stato stesso.

Ma non basta ancora. Nel caso segnalato, trattandosi di cause che hanno interessato una grande pluralità di soggetti, l’importo da pagare è risultato complessivamente molto elevato, dunque l’imposta di registro totale è risultata a sua volta di diverse centinaia di migliaia di euro (es. 370.000 euro).

Per questa ragione, in applicazione del principio dell’obbligazione solidale, a singoli soggetti fra coloro che hanno vinto (pro-quota) la causa (e visto riconosciuto il diritto a vedersi pagate le poche decine di migliaia di euro richieste) sono stati notificati avvisi di accertamento per l’intera imposta di diverse centinaia di migliaia di euro.
Mi arrendo.

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