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Mercoledì, 21 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Con la proroga tardiva della voluntary, una novità incoraggiante

/ Giancarlo ALLIONE

Giovedì, 1 ottobre 2015

Come avrete letto e sentito un po’ ovunque, alla fine, dopo la mezza proroga, è arrivata a due giorni dalla scadenza la proroga intera. Agenzia e Governo coordinarsi no?
La voluntary disclosure si sta rivelando una cartina di tornasole del nostro modo di gestire l’ordinario e di affrontare i problemi. Proviamo a fare una sintesi pacata per rimettere le cose nella loro giusta prospettiva.

1. La voluntary si è resa necessaria perché un elevato numero di cittadini ha potuto, in modo evidentemente non sufficientemente disturbato, portare all’estero ingenti capitali, frutto spesso di evasione fiscale. La soluzione maestra era e rimane andare a prenderli tutti e affibbiare loro le sanzioni previste dalla norma ordinaria. Non si riesce a fare, quindi se ne cerca la collaborazione. In effetti, molto meglio chiedere a qualcuno di restituire il maltolto che stratartassare i già tartassati, che i loro quattro risparmi li hanno tenuti in Italia. Benissimo, però piantiamola di fare gli schizzinosi pretendendo un colletto perfettamente stirato su una camicia piena di macchie e buchi.

2. I cittadini che si avvalgono ora della voluntary sono cittadini che non si sono avvalsi di diversi scudi fiscali molto convenienti e che si sono decisi a muoversi solo di fronte alla certezza che la loro “latitanza finanziaria” dovrà a breve in ogni caso finire. Non credo sia il caso di stracciarsi le vesti oltre misura se hanno dovuto patire qualche difficoltà a mettersi in regola e se la Repubblica non li ha trattati con tutti i dovuti riguardi. Quelli che fanno pena sono altri.

3. La voluntary è una procedura necessariamente complessa, che ha immediatamente generato all’atto pratico una grande quantità di dubbi e posto in luce sin da subito che i tempi erano oggettivamente molto ristretti. Sarebbe stato logico un confronto franco fra le parti in causa, produttivo di una serrata e tempestiva attività di chiarimento da parte dell’Agenzia e del MEF, in modo da porre il prima possibile gli operatori in condizione di adeguata certezza. Questo avrebbe permesso a tutti di lavorare di più e meglio e tolto ogni alibi agli affezionati delle proroghe.

4. Poco di quanto auspicato al punto 3 è stato fatto, mentre si è dato vita al consueto mesto tira e molla, che ha portato alla proroga due giorni prima della scadenza. Concedere una proroga all’ultimo è un vecchio trucco. Significa non concedere nulla: fai bella figura e nel contempo gli adempimenti sono stati tutti assolti entro la scadenza prestabilita in origine, perché nessun professionista degno di tale nome espone i propri clienti al rischio di non riuscire a presentare una pratica nei termini, specie se importante come in questo caso.

5. Una proroga a ridosso della scadenza ha sempre il sapore della beffa, in quanto premia coloro che non si sono prodigati per rispettare i termini ordinari, ponendoli in una situazione di vantaggio in quanto, oltre alla possibilità di lavorare in condizioni di maggiore agio, hanno anche maggiori informazioni a disposizione. Chi versa 1.000 euro di imposte con un giorno di ritardo viene sanzionato, chi se l’è presa comoda a farsi la voluntary ben avrebbe potuto pagare cinque euro di addizionale così, solo per togliere dalla testa l’idea che a rispettare le norme ci sia solo sempre da perderci.

Fin qui niente di nuovo sotto il sole, ma forse questa volta le cose sono un po’ più sofisticate.
Con il DL 30 settembre 2015 n. 153, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 227 e in vigore da ieri, i professionisti e i contribuenti hanno ottenuto 61 giorni in più per fare quello che hanno quasi tutti già fatto e finito, va bene.

Dall’altra parte, con l’intento davvero encomiabile “di assicurare unitarietà nella trattazione delle istanze e certezza sulla data di conclusione dell’intero procedimento”, relativamente a quanto indicato nella voluntary, tutti i termini di decadenza per l’accertamento e per la notifica dell’atto di contestazione, che scadono a decorrere dal 31 dicembre 2015, sono fissati al 31 dicembre 2016.
In altre parole, per i redditi indicati nell’istanza, l’Agenzia ha un anno in più per il 2009, ma tutti gli altri (2010, 2011, 2012 e 2013) potranno essere accertati solo fino al 31 dicembre 2016.

Il broccardo “a te tre mesi per fare, a me cinque anni per controllare” sembra sovvertito. Anche se vede la luce in un contesto di triste consuetudine, un bel segnale di serietà. Ma se è l’inizio di un’inversione di tendenza non può essere accolto che con estremo favore.

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