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Lunedì, 26 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Italia, Paese delle espulsioni?

/ Giancarlo ALLIONE

Sabato, 11 giugno 2016

Non è vero che in Italia non si fanno le espulsioni. Anzi se ne fanno molte.

Il primo sistema di espulsione, da almeno 50 anni, ha per oggetto i capitali. Tassazione, paura dei comunisti e patrimoniali sbandierate, oltre al nero da coprire, hanno indotto migliaia di Italiani a trasferire ingenti capitali all’estero, in modo più o meno illecito. Tutti sanno che, in un mercato globale, è puramente illusorio tassare in modo sproporzionato rispetto agli altri Paesi, pena elevata evasione e fuga dei capitali. Ma tant’è e miliardi sono finiti chissà dove a mantenere eserciti di intermediari più o meno loschi, spesso con rendimenti molto più bassi di quelli che si sarebbero potuti avere in Italia.

Il secondo tipo di espulsioni c’è da almeno 20 anni ed ha per oggetto le aziende, il cui massimo esempio è stato il trasferimento in Olanda della sede della FCA. Cosa possono fare là che non si può fare qua? Possiamo fare qualcosa per indurli a tornare indietro?
Per l’Italia aver perso la sede legale della sua maggiore impresa è come per un’azienda aver perso il miglior cliente, ma questo è avvenuto nell’indifferenza più totale. Certo, la globalizzazione ha avuto tanta parte nella desertificazione produttiva in atto, ma le auto migliori continuano ad essere costruite in Germania. Una piccola multinazionale tedesca che conosco aveva tre stabilimenti, come nelle barzellette, uno in Germania, uno in Italia e uno in Romania, ma nelle realtà, secondo voi, quale ha chiuso?

In Italia esiste un clima sostanzialmente ostile verso le imprese, saldamente corroborato da parametri economici duri ad essere scalfiti: burocrazia asfissiante, costo del lavoro fra i più alti d’Europa (e stipendi netti fra i più bassi), tempi della giustizia senza senso, tutela del credito inesistente, infrastrutture carenti... 
Così tante imprese italiane chiudono, diversificano all’estero o sono acquistate da multinazionali. È un ragionamento da provinciali, ma non è uguale se un’impresa è guidata da un imprenditore, affezionato al territorio e alle persone che sono cresciute con lui, piuttosto che da un manager straniero che riferisce a qualche torre di Londra o di New York valutato esclusivamente sui numeri di un foglio di excel. Non a caso se la passano meglio i Paesi dove le multinazionali hanno sede, non quelli dove piantano i loro canini.

C’è poi, fenomeno più recente, l’espulsione dei nostri giovani. La Repubblica e le famiglie italiane finanziano un ciclo di studi fra i più lunghi al mondo: 21 anni (tre anni di materna, cinque di elementari, tre di medie, cinque di superiori e cinque di università). Quando il giovanotto è pronto per il lavoro, ecco la marea di porte chiuse: non c’è lavoro, non ci sono fondi, i concorsi pubblici o non ci sono o sono per i soliti noti, stipendi ridicoli. Dunque non resta che provare all’estero, ma quello che sgomenta davvero è che i nostri ragazzi non partono tristi con la valigia di cartone, anzi sognano di andarci e fanno di tutto per andarci, con la speranza di trovare un ambiente più stimolante e un po’ meno nauseante del nostro.

C’è infine una quarta area di espulsioni, nuova e a mio avviso molto pericolosa. Riguarda la migrazione all’estero dei nostri arzilli pensionati. Il fenomeno è pericolosissimo perché aggiunge ai danni la beffa. L’enorme spesa pensionistica non coperta dai contributi versati è una delle cause principali di tutti i problemi che schiacciano il ceto produttivo. Dal punto di vista sociologico, la quota di pensione non coperta da contributi è una donazione che determinati soggetti (quelli che lavorano) fanno ad altri, per il solo fatto che questi ultimi sono vissuti in Italia in un determinato periodo storico vigente una certa norma.
La settimana scorsa è andato in televisione un gruppetto di gaudenti pensionati che si sono trasferiti in Portogallo, complice la legislazione locale che non tassa i pensionati stranieri e la legislazione italiana che non tassa i redditi da pensione se il soggetto è residente per la maggior parte del periodo d’imposta all’estero. Dunque incasso della pensione esentasse, con in più prima casa in Italia esente.  

Mi è chiaro che i pensionati eleggono due terzi del Parlamento, ma non si può sacrificare tutto su quell’altare. Prima che scappino tutti occorrerebbero interventi decisi per i pensionati che si trasferiscono all’estero:
- la pensione va decurtata dell’importo non coperto da contributi;
- se rientrano in Italia per farsi curare, devono rimborsare il servizio sanitario nazionale del costo delle prestazioni.
Come dire, se vanno bene i bagnini dell’Algarve, andranno benissimo anche i chirurghi dell’Algarve.
Naturalmente non se ne farà nulla. Non è stato possibile nemmeno ottenere che, solo per chiarezza, l’INPS indicasse sulla CU la quota di pensione derivante da contributi e quella derivante da donazione.

Chiudo con una nota personale. Lunedì scorso mio figlio ha coronato il suo sogno e ha cominciato a lavorare all’estero. Il mercoledì precedente, 1° giugno, nel pomeriggio è andato dal suo medico della mutua per chiedere qualche consiglio. Sulla porta dello studio medico c’era un cartello che recitava più o meno così: “Poiché giovedì 2 giugno è festa, mercoledì pomeriggio gli studi medici saranno chiusi”.
So cosa state pensando, ma state sereni, la Cassazione ha tempestivamente chiarito che per il pubblico impiego non cambierà nulla, mai. Quasi quasi chiedo a mio figlio se mi procura un posticino in Olanda.

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