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Mercoledì, 28 luglio 2021 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Nuove regole dal 2023 per i gruppi multinazionali

Ripartizione degli extraprofitti negli Stati dove beni e servizi sono utilizzati e tassazione minima del 15% secondo i due Pillar OCSE

/ Gianluca ODETTO

Giovedì, 22 luglio 2021

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Con l’approvazione, in sede G20, del nuovo sistema di tassazione delle grandi imprese multinazionali si aprono scenari di modifica sostanziale per la ripartizione del potere impositivo tra gli Stati; i nuovi criteri vanno ad adeguare e correggere il principio, da sempre in vigore, per cui i profitti non vengono assoggettati a tassazione all’estero in mancanza di una presenza in loco dell’impresa, formalizzata nella figura della stabile organizzazione.

L’accordo, formalizzato da apposito Rapporto dell’OCSE, è stato sottoscritto da 131 Stati e territori (nel frattempo divenuti 132), tra i quali spicca la presenza degli Stati Uniti d’America, assenti invece all’atto della sottoscrizione e dell’implementazione, nello scorso decennio, dei sistemi di scambio automatico di informazioni ai fini fiscali (in primis per i conti finanziari e per i country by country report), ancora oggi affidati ad accordi bilaterali. Dei 132 fa parte anche la Cina, con facili conseguenze in termini di peso nelle future trattative per mettere a punto le misure fiscali attuative, mentre sono assenti Stati, tra cui l’Irlanda, che hanno fatto delle politiche attrattive per le sedi di grandi gruppi extraeuropei un cardine della propria azione nei passati decenni.

Il nuovo sistema, che dovrebbe essere operativo dal 2023, si base sui due pilastri messi a punto dall’OCSE sin dall’anno scorso, e più precisamente il Pillar One, funzionale alla ripartizione degli extraprofitti di gruppo, e il Pillar Two, che prevede una tassazione minima globale.

Rientrano nell’ambito applicativo del Pillar One i gruppi con fatturato su scala globale superiore a 20 miliardi di euro (da ridurre in un secondo momento a 10 miliardi) e con un rapporto tra utile ante imposte e ricavi che eccede il 10%. In presenza di questi requisiti, una quota compresa tra il 20% e il 30% dell’extraprofitto rispetto alla misura “standard” del 10% sarà distribuita nelle end market jurisdictions, ovvero negli Stati in cui i beni o i servizi sono utilizzati o consumati.

Per tali imprese, quindi, si passa ad un sistema in cui il presupposto per la tassazione all’estero non è più la presenza della stabile organizzazione, ma la combinazione di un fattore economico-aziendale (una redditività particolarmente elevata) e di un “nesso” legato all’utilizzo dei beni e servizi nell’altro Stato.
Così, un gruppo con 200 miliardi di euro di ricavi, ma con utile ante imposte di 19 miliardi, non sarebbe tenuto alla ripartizione, pur se con attività internazionale molto articolata, in quanto la redditività è sotto soglia (per avere un semplice dato di riscontro, la redditività di Amazon è pari a circa il 6% in base al bilancio consolidato 2020); al contrario, sarebbe tenuto alla ripartizione il gruppo con ricavi di “soli” 50 miliardi di euro, ma con un utile ante imposte di 6 miliardi.

Oggetto di ripartizione è il c.d. Amount A, ovvero una quota tra il 20% e il 30% (la misura deve essere ancora stabilita) degli extraprofitti. Riprendendo l’esempio di cui sopra, gli extraprofitti sarebbero pari a un miliardo di euro (la differenza tra 6 e 5), per cui la quota da redistribuire andrebbe tra i 200 e i 300 milioni di euro.
Gli Stati beneficiari sono quelli in cui le vendite del gruppo eccedono il milione di euro (250.000 euro, per gli Stati a basso Pil), per cui si comprende l’interesse di Stati, come la Cina e l’India, con centinaia di milioni (o miliardi) di consumatori ad attuare la misura (pur se le conseguenze sono inverse per le imprese di tali Stati con forte proiezione all’estero), e la ritrosia degli Stati, come gli europei Irlanda e Ungheria, per i quali il peso in termini di consumi di beni e servizi è sostanzialmente marginale (pur se questo fattore non risulterà, presumibilmente, l’unica “chiave” di allocazione delle risorse tra i vari Stati).

Le somme attribuite ai diversi Stati non rappresenteranno, però, imposte aggiuntive in capo alla parent company: la doppia imposizione sarà, infatti, rimossa con i tradizionali sistemi dell’esenzione o del credito d’imposta.
Saranno escluse dall’ambito applicativo del Pillar One le imprese dei settori estrattivi e quelle bancarie e finanziarie. Inoltre, l’entrata in vigore delle nuove norme dovrà portare all’abbandono delle Digital Tax in vigore in taluni Stati.

Il Pillar Two si propone, invece, di prevedere una tassazione minima per i gruppi i cui ricavi consolidati eccedono la soglia di 750 milioni di euro (di fatto, quelli soggetti agli obblighi di country-by-country reporting): se può passare la semplificazione estrema, esso funziona alla stregua di una norma “macro-CFC”, con conseguente obbligo di versamento di un’imposta minima (almeno il 15%) ove i profitti siano allocati in una o più giurisdizioni il cui tasso di imposizione effettiva risulta inferiore, anche in questo caso con alcune esclusioni soggettive (ad esempio, le imprese marittime). Nessuna tassazione è però prevista se tali profitti sono distribuiti entro 3 o 4 anni dalla loro produzione e sono assoggettati ad imposta in misura adeguata.

Un meccanismo con funzioni sostanzialmente analoghe è finalizzato a prevedere un congruo livello di tassazione per componenti che, agli effetti delle Convenzioni contro le doppie imposizioni, sono regolate diversamente dagli utili delle imprese, quali gli interessi e le royalties.

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