Lavoro autonomo in calo ma diventa più strutturato
La Fondazione studi dei consulenti del lavoro fotografa il mercato indipendente: meno giovani, più solidità organizzativa
Da un lato, la costante riduzione del numero degli occupati, specie nelle fasce più giovani, dall’altro, un processo di riorganizzazione che ha portato ad aumentare la grandezza delle strutture e, di conseguenza, anche il livello di professionalizzazione. È quanto emerge dalla ricerca “I numeri del lavoro autonomo in Italia, tra calo e ricomposizione”, realizzata dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro, che fotografa un comparto in “profonda trasformazione”.
Stando ai numeri contenuti nello studio pubblicato ieri, in dieci anni (2014-2024) i lavoratori indipendenti sono passati da 5 milioni 370 mila a 5 milioni 85 mila, con una perdita di 285 mila unità (-5,3%) e un’incidenza sul totale degli occupati passata dal 24,5 al 21,2%. Il calo più vistoso si registra tra i giovani: gli autonomi tra i 35 e i 49 anni sono diminuiti del 25,4%, mentre per quelli in età compresa tra i 15 e i 34 anni la contrazione è stata pari al 17,9%. Di contro, tra gli over 50 il numero dei lavoratori autonomi risulta in aumento, soprattutto tra i 50-64enni, cresciuti del 25%: dieci anni fa gli over 50 rappresentavano “solo” il 38,9% dei lavoratori autonomi, nel 2024 sono diventati la metà.
Il comparto del lavoro indipendente, dunque, si restringe e invecchia e la pandemia ha contribuito ad accelerare questa tendenza, così come le politiche di sostegno al lavoro dipendente (decontribuzioni e incentivi alle assunzioni) che hanno fatto da volano alla crescita di quest’ultimo, dirottando l’offerta di lavoro, soprattutto giovanile, sempre più verso forme stabili, a scapito del lavoro in proprio.
A livello geografico, però, le dinamiche sono molto differenti. Se, infatti, al Nord e, in misura meno netta al Centro, si registra una riduzione del 6% del numero dei lavoratori autonomi, al Sud si è assistito a un incremento dell’1,8%. Tra le Regioni che presentano la più alta propensione al lavoro in proprio vi sono Molise (29,1%), Sardegna (25,3%), Puglia (24,6%), Campania e Basilicata (24,2%).
In questo contesto, emerge una tendenza verso strutture più organizzate, un processo di ricomposizione interna che ha portato alla riduzione di forme di lavoro autonomo più marginali, spesso riconducibili a rapporti di collaborazione mono-committente e a basso potere contrattuale. In soli cinque anni, i lavoratori indipendenti con addetti (imprenditori, professionisti e lavoratori in proprio) sono passati da 1 milione 384 mila a 1 milione 618 mila (+16,9%), con un aumento dell’incidenza sul totale degli indipendenti del 4,5% (dal 26,3 al 31,8%). Di contro, i lavoratori senza addetti sono diminuiti del 10,6%. Pur restando la componente ancora maggioritaria, la loro incidenza sull’universo del lavoro autonomo è passata dal 73,7% al 68,2%.
L’evoluzione verso un modello di lavoro autonomo più strutturato è confermata anche dall’aumento del livello medio di istruzione dei lavoratori. In dieci anni, si è ridotta di misura la quota di lavoratori con al massimo il diploma di scuola media (dal 33,9% al 27,5%), mentre è aumentata quella degli occupati con titolo di studio superiore (dal 41,2% al 43,4%) e universitario (dal 24,9% al 29%).
“I dati – ha commentato il Presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, Rosario De Luca – mostrano con chiarezza che il lavoro autonomo è diventato sempre più qualificato e strutturato, ma allo stesso tempo evidenziano una criticità che non possiamo ignorare: il difficile ricambio generazionale. Gli incentivi previsti dal decreto Coesione rappresentano un segnale importante e un primo passo nella giusta direzione, ma da soli non sono sufficienti. La riduzione della presenza dei giovani nel lavoro in proprio rischia di impoverire il tessuto produttivo del Paese nel medio periodo. È necessario continuare con politiche mirate che rendano l’iniziativa autonoma più accessibile, sostenibile e attrattiva per le nuove generazioni, sostenendo competenze, investimenti e percorsi di accompagnamento all’impresa”.
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