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EDITORIALE

Ibrahimovic, Robinho e le presunzioni del fisco per i comuni mortali

/ Enrico ZANETTI

Lunedì, 6 settembre 2010

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Come ben sanno tutti coloro che seguono anche solo distrattamente il calcio, l’A.c. Milan ha perfezionato la scorsa settimana due acquisti di notevole importanza: il calciatore Ibrahimovic dal Barcellona e il calciatore Robinho dal Manchester City.
Due campioni assoluti che impreziosiscono l’intero campionato italiano e suscitano giustificato entusiasmo in tutti gli appassionati, non soltanto quelli di fede rossonera.

Posto che Eutekne.info non ha tra le sue ambizioni quella di andare a fare concorrenza alla Gazzetta dello Sport, spiego subito cosa ha attirato la mia attenzione di noioso e monocorde “commercialista nell’anima”: i prezzi e le modalità di pagamento delle transazioni.
Entrambi i giocatori, infatti, sono stati acquisiti dal Milan per somme considerevolmente inferiori a quelle che i club cedenti avevano soltanto l’anno prima corrisposto per acquisire a loro volta i giocatori.
Nel caso di Ibrahimovic, in particolare, i giornali sportivi ricordano come, appena un anno fa, fu pagato dal Barcellona circa 50 milioni di euro più il cartellino del giocatore Eto’o (che per l’appunto, nell’ambito della compravendita di Ibrahimovic tra Barcellona e Inter, passò come contropartita dalla prima alla seconda società).
Ora, a distanza di dodici mesi, il Barcellona lo rivende al Milan per 24 milioni, peraltro pagabili in quattro anni e con prima rata di pagamento nel secondo anno.
Anche tralasciando la valutazione di Eto’o, il Barcellona si ritrova a realizzare una minusvalenza di 26 milioni di euro, incassando gli altri 24 milioni a condizioni discretamente pessime.
Sul Corriere dello Sport, Mino Raiola, il procuratore del giocatore Ibrahimovic, ha dichiarato: “Galliani è stato bravo a far abbassare la cifra richiesta dal Barcellona da 70 a 24 milioni”.

Avendo avuto, come tutti i miei colleghi, l’occasione di partecipare a molte trattative, mi permetto di ritenere che qui non si rende giustizia al povero Galliani, perché non è stato semplicemente bravo: è una vera e propria icona vivente di cui, d’ora innanzi, terrò un santino nel portafoglio che bacerò ogni volta, come rito scaramantico, subito prima di cominciare una trattativa a mia volta.
Non invidio invece i colleghi spagnoli che, in futuro, dovessero trovarsi chiamati a giustificare l’operato degli amministratori del Barcellona: è vero che, così facendo, hanno sgravato la società dell’elevatissimo ingaggio annuale di un giocatore ormai in rotta con il suo allenatore, ma, vista l’operazione nel suo complesso, l’unica via d’uscita sarebbe riuscire a provare che Galliani li ha ipnotizzati.

Tutto questo per dire cosa?
Per dire che, in questo mondo di sempre più feroce lotta all’evasione fiscale, in cui il cittadino comune e l’impresa qualsiasi sono chiamati a confrontarsi con un numero sempre maggiore di norme e normette che introducono presunzioni di evasione o elusione fiscale e con un numero sempre maggiore di sentenze della Cassazione che abusano pro fisco dell’abuso di diritto, ho il fortissimo timore che a qualcuno dell’Agenzia delle Entrate possa venire in mente di vedere in questa brillante operazione qualcosa di strano, posto che, oggi come oggi, sulle spalle del contribuente si danno per costruite presunzioni, che ribaltano l’onere della prova, anche per molto, ma molto meno.
Oppure ho il timore che in questo caso possa non vederci nulla di strano, perché assorbita da ben altri obiettivi, quali ad esempio studiare come rendere indeducibili dal reddito i costi che vengono regolarmente indicati in dichiarazione dalle tante imprese italiane che operano con l’estero alla luce del sole?
In effetti non ho ancora deciso quale, tra i due, è il mio timore principale.
E il vostro, qual è?

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