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EDITORIALE

Tre domande al Ministro Alfano sul registro delle associazioni

/ Enrico ZANETTI

Venerdì, 15 ottobre 2010

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Si legge in questi giorni che la generalità delle associazioni, che ne hanno fatto richiesta, stanno ricevendo dagli uffici legislativi del Ministero della Giustizia la lettera con la quale viene loro comunicato che, non essendo stati rinvenuti elementi ostativi, è alla firma del Ministro Alfano il decreto per la loro iscrizione nel registro istituito ai sensi dell’art. 26 del DLgs. 206/2007.
Si tratta del registro nel quale devono essere iscritte le associazioni private, rappresentative di lavoratori autonomi privi di una qualifica professionale riconosciuta dalla legge, che potranno avere titolo a partecipare alle piattaforme comuni europee per il reciproco riconoscimento dei titoli professionali negli Stati membri dell’Unione.
Esempi sono le associazioni di coloro che si definiscono grafologi o tributaristi: tutti enti privati che raggruppano lavoratori autonomi che, in modo assolutamente legittimo, secondo quanto statuito dalla giurisprudenza attualmente prevalente, svolgono attività per le quali non è necessario avere una specifica qualifica professionale riconosciuta dallo Stato.

Questo registro è l’ultima frontiera di una delle battaglie più autoreferenziali, inutili e meno capite degli ultimi quindici anni della storia italiana; e non è primato da poco, se si considera che il nostro Paese è particolarmente fecondo di questo tipo di battaglie.
Sì, perché da anni associazioni di questo tipo strepitano per ottenere il riconoscimento della qualifica professionale che esse stesse si sono date per ovvie esigenze di sintesi definitoria (tipo “tributarista”), nonostante siano le prime a battersi perché le attività, che i loro associati svolgono, restino libere dall’obbligo di essere titolari di una specifica qualifica professionale riconosciuta.

Ma a cosa serve allora il riconoscimento da parte dello Stato di questa qualifica?
Nulla, ai lavoratori autonomi che esercitano sereni la loro attività non regolamentata (e, come tale, più libera di quello che sarebbe in caso di regolamentazione).
Può servire invece a tutelare il pubblico interesse, ma questo presupposto, è del tutto evidente, sussiste solo se l’attività di cui stiamo parlando è “nuova” e al tempo stesso “sensibile”: “nuova” nel senso che, se è invece riconducibile a una delle materie che rientrano nelle competenze non esclusive di un Ordine professionale già esistente, non vi è alcun bisogno di creare nuove qualifiche riconosciute, per il semplice fatto che esiste già il modo di esercitare, per scelta e non per obbligo, quell’attività sotto il cappello del riconoscimento pubblico; “sensibile”, perché il presupposto della creazione di una professione regolamentata è appunto non il riconoscimento al professionista, ma la valutazione di opportunità di tutela dell’interesse pubblico.
Eppure, nonostante l’assoluta evidenza di quanto precede, una sfilza di associazioni, i cui iscritti non svolgono attività “nuove” (perché già riconducibili ad Albi professionali esistenti), né evidentemente “sensibili” (perché non assegnate a tali Albi in esclusiva), da anni si batte per ottenere questo benedetto riconoscimento, bloccando di fatto la riforma dell’intero comparto delle professioni, a lungo impantanata in balzane ipotesi di sistemi “duali”, basati sulla compresenza di Ordini e associazioni, che non hanno riscontro in alcun altro Paese e che possono essere presi in considerazione solo nel Paese in cui la politica non è più l’arte del compromesso inteso come capacità di sintesi, ma la schiava del compromesso inteso come incapacità di decidere.
Il motivo di questa inutile battaglia è semplice: alle associazioni interessa essere riconosciute esse stesse, essenzialmente per avere titolo a sedersi a tavoli istituzionali, nella persona dei loro presidenti, che, nella generalità dei casi, sono in carica da più di un decennio, mandato dopo mandato, quando non addirittura sin dalla costituzione dell’associazione stessa.
In tutto questo, sia il centrodestra che il centrosinistra ci hanno sempre capito poco e hanno assecondato rivendicazioni che nulla hanno a che vedere con il piano istituzionale e che vanno invece trattate sul piano della rappresentatività sindacale di liberi professionisti e semplici lavoratori autonomi. Un piano, ben inteso, che è legittimo ed anzi meritorio; ma è diverso e separato da quello di una riforma istituzionale.
Dopo molto tempo, l’arrivo di Alfano al Ministero della Giustizia sembrava aver rimesso ordine a queste elementari evidenze. Le parole del Ministro, a più riprese e in occasioni anche pubbliche, non avevano lasciato adito a dubbi.
Eppure, in questi giorni, gli uffici legislativi del suo Ministero (quasi si divertissero a metterlo in difficoltà, anziché supportarne sul piano tecnico l’azione politica), gli hanno mandato alla firma i decreti per l’iscrizione di numerose associazioni di tal fatta in un registro pubblico che, nonostante quanto affermato dal Ministro stesso, lancia un chiaro segnale politico di riavvicinamento a logiche che sembravano finalmente superate.

Ciò detto, certi di interpretare il sentimento di tutti i commercialisti che seguono e hanno seguito la vicenda negli anni, rivolgiamo al Ministro Alfano tre semplici domande:

1) posto che l’attuale maggioranza di governo criticò aspramente, sia prima che dopo le elezioni, il decreto che portò all’istituzione del fantomatico registro delle associazioni non riconosciute abilitate a partecipare alle piattaforme europee, per il reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali tra i Paesi membri, come mai allora, a distanza di due anni, le procedure proseguono come se vi fosse piena condivisione del disegno politico da parte dell’attuale Ministro e si assiste alle prime iscrizioni di associazioni in quel registro?

2) in subordine, posto che da Ministro ha sempre detto con chiarezza che, se si fosse reso necessario riconoscere qualcosa che riconosciuto non era, si sarebbe ragionato sulla base della effettiva novità dell’attività svolta e non sulla mera novità di sigle e denominazioni, come si coniugano queste affermazioni con la paventata iscrizione nel registro di associazioni, come ad esempio quella dei tributaristi, i quali è del tutto evidente che non svolgono attività nuove, ma le medesime attività che già oggi è possibile svolgere in modo riconosciuto dallo Stato, sostenendo il relativo esame ed iscrivendosi all’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili?

3) in subordine, se anche è vero, come Lei ha prontamente affermato, che il registro non implica alcun riconoscimento delle associazioni, ma solo la loro possibilità di partecipare alle piattaforme europee per i reciproci riconoscimenti dei titoli professionali nazionali, quale è il senso di far partecipare, a queste piattaforme, associazioni il cui titolo professionale non è per l’appunto riconosciuto nemmeno nello Stato di appartenenza?

La politica ha smesso da tempo di dare risposte a questo Paese, ma non per questo bisogna darle l’alibi che noi si sia smesso di fare domande.

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