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EDITORIALE

Un limite agli incarichi sindacali in un Paese senza limiti

/ Enrico ZANETTI

Martedì, 19 ottobre 2010

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Vedere la puntata di Report di domenica scorsa, mentre la nostra categoria si interroga sulla necessità di autoimporsi limiti al cumulo degli incarichi nei collegi sindacali delle società non quotate, è stato come venire folgorati sulla via di Damasco: rischiamo di essere ridicoli.

La puntata di Report raccontava delle recenti vicende della governance dell’ACI di Milano, ente particolarmente importante, anche perché referente ultimo dell’organizzazione del gran premio automobilistico di Monza e del correlato giro d’affari.
Il racconto di Report in pillole: alla fine del 2009, una serie di dimissioni di consiglieri portano alla caduta del consiglio direttivo e al conseguente commissariamento dell’ente; all’inizio del 2010 l’ente viene commissariato dal Ministro vigilante, quello del Turismo, Michela Brambilla; il commissario nominato, Massimiliano Ermolli, anziché limitarsi a pilotare l’ente verso le nuove elezioni, si candida egli stesso, da commissario in carica, in una lista che comprende al suo interno, tra gli altri, alcuni dei consiglieri uscenti, che con le loro dimissioni avevano determinato il commissariamento, il compagno del Ministro Brambilla e il figlio del Ministro La Russa; a fine luglio 2010, cotanta lista vince le elezioni anche perché, sulla base delle regole elettorali avallate dal commissario-candidato, finisce per essere l’unica ammessa, mentre le altre vengono respinte.
In tutto questo, ovviamente, non c’è nessuna ipotesi di reato che sia una: siamo nel campo del pudore e dell’etica, non del diritto e delle sentenze.

Molti diranno: ma dai, fanno tutti così (ed è vero, accidenti), perché accanirsi contro questo o quel caso specifico?
Chi dice così, oltre che integrarsi perfettamente nel modello andreottiano del “se l’è andata cercando”, riferito alla persona onesta di turno, confonde quella che è un’aggravante con una attenuante: in verità, infatti, se fanno tutti così, sarebbe a maggior ragione ora di mandarli a casa tutti, senza distinzioni di colore, man mano che si inciampa nelle loro storie.
Ammettiamo però che sia vero che sia da sempliciotti e falsi moralisti restare senza fiato davanti a tanta disinvoltura: mi spiegate allora che senso ha parlare di limite al cumulo degli incarichi nei collegi sindacali; di necessità di non essere soltanto indipendenti (che già non sarebbe poco), ma anche di apparirlo; di rotazione negli incarichi e di tutte quelle altre cose di cui abbiamo noi per primi scritto e letto molto anche su queste pagine e che sembrerebbero trovare concordi la grande maggioranza dei commercialisti italiani?
Vi immaginate le risate che si fanno, a leggere queste cose, le Brambilla, gli Ermolli, i La Russa e i tanti altri che trovano del tutto naturale adottare certi comportamenti (penalmente non rilevanti, of course, cos’altro conta?) e magari vorrebbero pure l’applauso?
È o non è ridicola una categoria che si interroga su queste cose, nonostante venga ad ogni “tre per due” additata come la fucina che forgia gli elusori e i distorsori delle regole, nell’ambito peraltro di un sistema che premia proprio coloro che del mero rispetto formalistico delle regole (quando va bene) fanno il loro stile di vita?

Ebbene: correremo il rischio di essere ridicoli, perché ne può valere la pena.

La categoria deve spiegare che non vanno tollerati certi comportamenti

Però, ricordiamoci che ne varrà davvero la pena soltanto se, alzando ogni tanto la testa dalle sudate carte e, per i più fortunati, dai buoni fatturati, useremo la nostra cultura socio-economica e il nostro discernimento per spiegare a chi, essendo meno avveduto di noi dei fatti del mondo, sente maggiormente il bisogno di non apparire ingenuo e quindi di non scandalizzarsi nemmeno di fronte alla disinibita assenza persino del minimo sindacale dell’ipocrisia, che non è più il tempo di tollerare certi comportamenti.
Non c’entrano la destra o la sinistra, il garantismo o il giustizialismo e tutte quelle contrapposizioni create ad arte per lasciare tutto come sta: c’entra soltanto il rispetto di se stessi, come uomini, cittadini e genitori di chi lo sta diventando.

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