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Lunedì, 26 agosto 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Tutto è bene ciò che finisce bene?

/ Giancarlo ALLIONE

Venerdì, 17 giugno 2016

Un giorno i discepoli chiesero a Gesù come fare per capire se quello che stavano facendo era giusto o sbagliato. Gesù rispose loro di fare come si fa con gli alberi. Se una pianta dà buoni frutti, allora è una buona pianta, se dà cattivi frutti allora è una pianta cattiva. Bisogna giudicare i risultati. 

Cerchiamo quindi di mettere a fuoco i risultati dello “psicodramma scadenze & proroghe”, come è stato definito. La vicenda ha mostrato ancora una volta la distanza siderale che c’è, almeno nel nostro mondo, fra chi occupa posizioni apicali e la realtà. Il tema era e rimane la concentrazione di miriadi di adempimenti con richiesta di migliaia di dati, sulle quali si abbatte come un macigno la scadenza dei versamenti.

Lo dico senza polemiche, ma coloro che gestiscono il Fisco farebbero davvero bene a rendersi conto di personadedicando per esempio un mezzo pomeriggio a sperimentare cosa si prova nel compilare il quadro VI della dichiarazione IVA, quadro dedicato all’elencazione delle dichiarazioni di intento ricevute che sono già state tutte comunicate telematicamente all’Agenzia nel corso dell’anno da chi le ha emesse. Secondo il modulo, al campo 1 va indicata la partita IVA (11 caratteri numerici), al campo 2 va indicato il numero di protocollo (23 caratteri numerici) attribuito dall’Agenzia (!) alla dichiarazione di intento trasmessa in via telematica (!!!) dall’esportatore abituale.
Non mi stancherò mai di ripetere che è suicida obbligare le imprese e i loro consulenti a destinare milioni di ore di lavoro a riempire moduli e trasmettere file, sottraendoli alla gestione del business, la cui esistenza e sviluppo sono peraltro prodromici a qualsiasi possibilità di tassazione. Chi vuole guidare una nazione non può non tenerne conto.

Ma soprattutto lo psicodramma ha mostrato ancora una volta che il rapporto trasparente e paritario tra Fisco e cittadino è molto di là da venire. Dopo un lungo generale silenzio, abbiamo prima appreso che il ritardo della proroga sarebbe dipeso dalla mancanza di una richiesta ufficiale da parte del Consiglio Nazionale, poi siamo stati resi edotti del fatto che la lettera non serviva, e infatti non c’è stata, e la proroga c’è stata lo stesso anche senza lettera. Ma allora cosa mancava? Perché martedì 14 sì e martedì 7 no, qual è la differenza?

Il modello F24 dei soggetti IVA è obbligatoriamente telematico. Il contribuente può utilizzare il proprio remote banking, oppure, in alternativa, l’intermediario può trasmettere il flusso tramite Entratel indicando la data in cui deve avvenire il pagamento.
Le deleghe caricate da remote possono essere revocate fino all’ultimo giorno prima del pagamento, mentre i flussi inviati con Entratel possono essere annullati fino alle 24 del penultimo giorno precedente alla data di scadenza indicata nel flusso. Quindi, posto che la data pagamento indicata per tutti i flussi già predisposti era verosimilmente 16 giugno, la facoltà di annullamento del flusso c’era fino alle 24 del 14 giugno. Il comunicato n. 107, che ha annunciato la proroga, è proprio del 14 giugno alle ore 16,45. Dunque solo 7 ore e 15 minuti per revocare i flussi con data pagamento 16 giugno (quelli con data 15 giugno erano già irrevocabili), delle quali ore almeno 4 in fascia notturna. 

Il ragionamento dell’astuto legislatore della proroga è sempre lo stesso: “Aspetto fino all’ultimo, così molti hanno già versato” e concedo la proroga al costo più basso possibile.

Chi sono quindi i veri beneficiari della proroga? Ovviamente i nostri clienti. Di sicuro tutti quelli cui non inviamo il flusso di pagamento tramite Entratel (che probabilmente sono quelli di maggiori dimensioni), oppure quelli per i quali non siamo riusciti a caricarlo prima del 14. Per questi ultimi abbiamo potuto indicare la nuova data di pagamento; gli altri, quelli che inviano l’F24 a loro cura, potranno ora recarsi (virtualmente) a pagare l’F24 costato notti di lacrime e preghiere con tutta calma, beneficiando gratuitamente di una dilazione che noi abbiamo procurato loro.
Ecco quindi l’ennesimo bell’esempio di sindacalismo conto terzi che abbiamo regalato alle imprese. In un posto normale, già dall’inizio dell’anno avremmo dovuto dire ai clienti: “Dal momento che, se va come negli anni precedenti, a causa del diluvio di adempimenti che ci sarà io non sarò in grado di farvi fronte in condizioni normali, o mi paghi il doppio perché devo assumere il doppio delle persone, o vai a luglio con lo 0,4% (che su base annua fa il 4,8%); se non ti garba, ricordatelo quando vai a votare, o almeno chiedine conto ai parlamentari eletti nel tuo collegio, non a me”.

Comunque, al di là di ogni considerazione, mi piace lo stesso pensare che, molto alla fine, la proroga l’abbiamo ottenuta un po’ tutti noi commercialisti, con una specie di mobilitazione generale, anche per dare visibilità al nostro disagio e un piccolo sollievo a più di qualcuno. L’alternativa era aspettare e sperare, continuando a tirare l’aratro in silenzio, inchinati contenti al giogo come il pio bove di Carducci.
Tutto ciò anche se, nei fatti, il vero risultato finale è una proroga che per noi ha il sapore dell’osso tirato al cane per farlo smettere di abbaiare e per tutti rappresenta la conferma del fatto che sforzarsi di fare le cose per tempo e soprattutto pagare anche con un minimissimo anticipo è da fessi.

Mancano 364 giorni al prossimo psicodramma, se noi non ci facciamo di nuovo commissariare e il Governo esamina le cose con un minimo di oggettività, un po’ di tempo per gestire il tutto un po’ meglio ci sarebbe. 

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