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Mercoledì, 11 dicembre 2019 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Con il nuovo Codice della crisi ai commercialisti richieste anche doti divinatorie

/ Giancarlo ALLIONE

Lunedì, 18 novembre 2019

Nei nostri studi abbiamo assorbito, praticamente gratis, rilevanti quote di attività dell’Agenzia delle Entrate, dell’INPS, delle Camere di Commercio e delle banche.
Ma niente!
La considerazione verso di noi rimane molto bassa. Già nel 2005, dalle colonne di un noto quotidiano, ci etichettarono come “puffi commercialisti” in cerca di esclusive. Da ultimo, il Procuratore Antimafia, nel corso del convegno nazionale del notariato, non ha certo collocato la nostra categoria fra le prime quanto a propensione alla legalità.

Con la cattiva fama centra di sicuro il fatto che la nostra attività “interferisce” con il prelievo. Chi deve riscuotere mal sopporta chi prova a garantire che il prelievo sia giusto. Nulla da dire se un avvocato cerca di dimostrare l’innocenza del suo assistito, e nemmeno se cerca di fare in modo che abbia la minor pena possibile pur colpevole.
Per noi invece è diverso. E’ possibile trovare sul web un articolo dove sono attribuite ad un insigne politico queste considerazioni: “la utilità dei consulenti, in un mondo perfetto, [è] solo per diminuire i tributi, in cui il regime giusto viene indicato dagli uffici, e i consulenti servono solo a fruire di vantaggi indebiti”.

Ciò non di meno le aspettative nei confronti della categoria sono altissime. Le cose che facciamo sono molte e complesse. Tutto deve essere giusto al primo colpo, con indicazioni spesso precarie e all’ultimo momento, con sanzioni feroci in caso di errore.
In altri contesti, dove le cose sono altrettanto difficili, va ben diversamente.
Ad esempio, nell’amministrazione della giustizia il fatto che una sentenza possa essere sbagliata è contemplato addirittura dalla Costituzione che prevede ben tre gradi di giudizio. E nessuna norma, proprio in ragione della difficoltà del contesto che non permette l’infallibilità, si preoccupa di sanzionare il magistrato o l’avvocato responsabili della sentenza sbagliata in modo diretto e automatico, tipo 50% del risarcimento erroneamente disposto o negato. Anzi, la presenza di una sanzione automatica e potenzialmente infinita paralizzerebbe gli attori del processo. 

Dunque, da una parte, chi accetta di fare una cosa difficile, buon senso vorrebbe che fosse in qualche modo protetto per il rischio che corre: ad impossibilia nemo tenetur. Dall’altra, la difficoltà del contesto non può essere ritenuta un’esimente. Si deve fare tutto quello che va fatto come va fatto. Questo è evidente in medicina. Un intervento chirurgico va svolto facendo tutto quello che va fatto secondo lo stato dell’arte medica.
Ma fare tutto quello che va fatto vuol dire avere la possibilità di destinare risorse adeguate al contesto e al risultato che si vuole ottenere.

L’abolizione delle tariffe ha creato sotto questo profilo grossi problemi, soprattutto quando è in gioco un interesse collettivo, mentre il nuovo Codice della Crisi, se possibile, ha ulteriormente aumentato le aspettative nei confronti dei commercialisti.

Il nuovo codice ha infatti trasformato sindaci e revisori (nei fatti chiamati, in caso di dissesto, a rispondere con tutti i loro beni presenti e futuri delle obbligazioni della società oggetto di controllo) da fideiussori totali quali erano fino a ieri, in fideiussori totali con obbligo di doti divinatorie. Non solo controllare che tutto quello che è stato fatto sia stato fatto bene, pena obbligo di risarcimento illimitato (e già solo questo fa venire la pelle d’oca), ma ora anche prevedere in anticipo se le cose andranno male controllando che sia previsto bene quello che accadrà, suonando eventualmente l’allarme, ma solo se del caso. 

Il numero delle imprese con obbligo di revisione crescerà notevolmente, coinvolgendo soggetti che neanche volendo saranno in grado di sostenere costi appropriati per un organo di controllo che svolga adeguatamente tutte le attività richieste, vecchie, che non verranno meno, ma soprattutto nuove.

Lasciare fare al mercato significa giocare sull’ingenuità e sulla disperazione o, peggio, dare spazio a soggetti che non hanno nulla da perdere o tutto da guadagnare nell’accettare un rischio come quello appena descritto. Il tutto all’interno di un quadro normativo che da una parte riconosce ai soci la limitazione della responsabilità a fronte del versamento di un euro di capitale, e dall’altra pretende responsabilità illimitata, analoga a quella del socio di snc, a colui che ha la ventura di accettare di farne la revisione legale.

Non voglio qui entrare in una disputa infantile con la categoria indicata come prima della classe dal Procuratore Antimafia. Tuttavia il presidio del numero dei componenti e delle esclusive, pur producendo qualche “piccola” stortura sul mercato, indubbiamente fornisce le premesse per pretendere un compenso adeguato e quindi aumentare di molto la possibilità che la prestazione sia idonea per quantità e qualità. 
E non voglio neppure fare il facile profeta, ma ho la sensazione che continueremo ad avere a che fare con nessun equo compenso e responsabilità illimitata, e ad essere bersaglio di vecchie e nuove generalizzazioni.

Capiterà come per i pomodori, che si pretende di pagare 50 centesimi al chilo dal verduriere in centro, mentre in televisione qualcuno si straccia le vesti perché “gli agricoltori sfruttano i braccianti extracomunitari”.

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