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Martedì, 27 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Atto della Dogana nullo se l’indagine OLAF è avviata dopo l’importazione

Se l’operazione oggetto di rettifica è precedente rispetto all’avvio dell’indagine, quest’ultima non potrà riferirsi alla merce importata

/ Lorenzo UGOLINI

Lunedì, 28 settembre 2020

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Gli accertamenti dell’Agenzia delle Dogane relativi all’origine della merce basati sulle indagini dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) hanno piena valenza probatoria nei procedimenti giudiziari e spetta all’operatore economico fornire la prova contraria in ordine all’applicabilità del regime agevolativo. Nel concreto, tuttavia, le indagini OLAF devono riguardare la specifica partita di merce importata, con la conseguenza che l’atto impositivo è nullo se fondato su indagini avviate dopo la data dell’importazione contestata.
Tale principio è stato espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 16469/2020.

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Dogane aveva rilevato, a seguito di un’inchiesta dell’OLAF, l’origine cinese anziché indonesiana di una parte della merce importata da una società e, per l’effetto, aveva applicato all’importatore nazionale i maggiori dazi.

Il dubbio circa l’origine indonesiana dei prodotti era emerso in quanto, sulla scorta delle indagini OLAF, il fornitore estero non avrebbe avuto la reale capacità produttiva per la fabbricazione dei beni.

L’Ufficio europeo per la lotta antifrode non può essere assimilato a un’autorità giudiziaria, ma è un servizio di inchiesta comunitario. Al termine dell’indagine, spesso condotta in Paesi terzi, l’OLAF redige una valutazione che contiene i fatti accertati, l’eventuale indicazione del danno finanziario per l’Ue e le conclusioni dell’indagine (art. 11 del Reg. Ue 883/2013).

In merito alla valenza probatoria dei report OLAF la Cassazione ha affermato che “in tema di tributi doganali, gli accertamenti compiuti (di propria iniziativa o su segnalazione degli Stati membri) dagli organi esecutivi OLAF (…) «a posteriori» o quando vi sia un motivo per dubitare sull’autenticità della documentazione relativa all’origine e/o alla provenienza della merce, hanno piena valenza probatoria nei procedimenti amministrativi e giudiziari e, quindi, possono essere posti a fondamento dell’avviso di accertamento per il recupero dei dazi sui quali siano state riconosciute esenzioni o riduzioni, spettando al contribuente che ne contesti il fondamento fornire la prova contraria in ordine alla sussistenza delle condizioni di applicabilità del regime agevolativo” (Cass. n. 4997/2009; anche, Cass. n. 5892/2013; Cass. n. 11441/2018).

In altri termini, in astratto, la pretesa impositiva daziaria deve intendersi congruamente e sufficientemente dimostrata qualora la stessa sia basata sulle risultanze di atti ispettivi dell’OLAF.
In concreto, tuttavia, l’avviso di rettifica può fondarsi su un report OLAF soltanto nel caso in cui lo stesso non si limiti a osservazioni generiche in ordine all’attività svolta dalla società esportatrice, ma contenga accertamenti direttamente riferibili alle merci importate e alle operazioni contestate dall’Agenzia delle Dogane (Cass. n. 5930/2019.; anche, Cass., 21 marzo 2019 n. 7993 e n. 7994).

Le risultanze OLAF, pertanto, devono contenere la prova che proprio i prodotti oggetto dell’importazione sottoposta a verifica sono di origine cinese, per cui non spetta il regime daziario agevolato.
In linea con tale orientamento giurisprudenziale, la Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha affermato che “da quanto precede, dunque, discende la carenza di decisività del mezzo in esame, perché – anche ad affermarne, in astratto, la fondatezza, avuto riguardo alla valenza probatoria degli atti ispettivi dell’OLAF – l’Agenzia non potrebbe comunque giovarsi delle risultanze dell’indagine, a sostegno della pretesa di recupero di maggiori dazi doganali, proprio perché successiva all’importazione”.

Di conseguenza, se l’operazione oggetto di rettifica è precedente rispetto all’avvio dell’indagine, quest’ultima non potrà riferirsi alla merce importata. Pertanto, in assenza di prova certa circa l’origine cinese dei prodotti, l’atto impositivo è illegittimo.

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