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Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Il pagamento del debito tributario è presupposto per il patteggiamento

Possibile il rinvio dell’apertura del dibattimento se il debito tributario è stato riconosciuto dall’imputato e già rateizzato

/ Maria Francesca ARTUSI

Giovedì, 24 settembre 2020

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Il pagamento del debito a fronte della commissione di un reato tributario può assumere diverse funzioni nel processo penale.
L’art. 13 del DLgs. 74/2000 prevede una causa di non punibilità che si differenzia a seconda delle fattispecie contestate. Il successivo art. 13-bis stabilisce i casi residuali in cui esso determina una circostanza attenuante della pena e fissa i presupposti per il patteggiamento.

In particolare il comma 2 del citato art. 13 subordina la non punibilità per i reati dichiarativi a due condizioni: che la condotta riparatoria sia realizzata entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo e che l’autore del reato non abbia ancora notizia formale di accessi, ispezioni, verifiche o di altri accertamenti amministrativi o penali. A seguito della riforma operata dal DL 124/2019 convertito, rientrano oggi in questa casistica – oltre alla infedele e all’omessa dichiarazione – anche le dichiarazioni fraudolente di cui agli artt. 2 e 3 del DLgs. 74/2000.

La Cassazione, nella sentenza n. 26529 depositata ieri, si è occupata di un procedimento in cui l’illecito contestato era proprio quello di dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. Nello specifico, un contribuente aveva patteggiato la pena di otto mesi di reclusione a fronte dell’ipotesi attenuata di dichiarazione fraudolenta di cui al comma 3 del citato art. 2, vigente fino al 2011 (in parte ripristinata nel nuovo comma 2-bis della medesima norma).

La questione di diritto affrontata riguarda il pagamento del debito come presupposto del c.d. “patteggiamento” ai sensi dell’art. 444 c.p.p. nei reati tributari; tema su cui esiste un contrasto a livello giurisprudenziale (cfr. Cass. n. 48029/2019, n. 47287/2019, n. 44515/2019 e n. 38684/2018).

Il problema nasce dal fatto che l’art. 13-bis stabilisce al secondo comma che, nei medesimi casi di cui al comma 1 (integrale pagamento compresa l’estinzione degli interessi e delle sanzioni a seguito di conciliazione oppure adesione all’accertamento, anteriore alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado) nonché nel caso di ravvedimento operoso, e sempre al di fuori delle cause di non punibilità, l’imputato possa ottenere l’applicazione della pena ex art. 444 c.p.p.

Secondo la pronuncia oggi in commento, la disposizione “è inequivoca nell’affermare che in assenza di estinzione del debito tributario nelle forme di legge le parti non possono richiedere il patteggiamento”.
In sintesi, tale interpretazione ritiene che il pagamento integrale del debito, nelle sue forme diverse, comporta: la non punibilità del reato, quando effettuato nei limiti temporali previsti dall’art. 13 e sempre che l’autore non abbia notizia di accertamenti; la riduzione della pena e l’esclusione delle pene accessorie, quando effettuato prima dell’apertura del dibattimento; la possibilità di richiedere l’applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. nei casi in cui sono stati superati i limiti di tempo e di conoscenza che avrebbero reso possibile l’estinzione del reato.

Conferma nell’art. 13 comma 3 del DLgs. 74/2000

Una conferma di tale lettura delle disposizioni di legge citate si rinviene nell’art. 13 comma 3 il quale dispone che l’apertura del dibattimento può essere rinviata dal giudice allorché il debito tributario sia stato riconosciuto dall’imputato e già rateizzato, cioè quando il rimborso del debito è in corso ma non ancora perfezionato.

Tale possibilità opera anche “ai fini dell’applicabilità dell’art. 13-bis”: si tratta di richiamo “che include indubbiamente il secondo comma di tale disposizione”. In sostanza, il rinvio serve a consentire all’imputato che sta usufruendo della rateizzazione del debito di poter godere della riduzione di pena e della facoltà di patteggiare.

Alla luce di tali considerazioni la Cassazione ritiene che l’espressione “fatte salve le ipotesi di cui all’art. 13 commi 1 e 2”, che chiude il secondo comma dell’art. 13-bis, vada letta nel senso che la sentenza ex art. 444 c.p.p. può essere emessa allorché l’estinzione del debito sia avvenuta con tempi e modalità che non consentono la più radicale e favorevole dichiarazione di non punibilità del fatto ai sensi dell’art. 13.

Nel caso di specie, viene così annullata con rinvio la decisione del tribunale di merito, in quanto questo avrebbe potuto ammettere le parti all’applicazione di pena concordata ex art. 444 c.p.p. soltanto dopo avere effettuato la verifica positiva dell’avvenuta estinzione dei debiti tributari.

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