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Lunedì, 17 maggio 2021 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Per la categoria è necessario il sostegno reciproco tra Ordini, sindacati e iscritti

Mercoledì, 3 marzo 2021

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Gentile Redazione,
dalla drammatica crisi del 1929 a quella del “Virus” sono passati 90 anni, salvo i vent’anni, mitici, del dopoguerra dove la crescita fu impetuosa e ininterrotta perché ci fu una forte spinta popolare, si sono sempre alternati periodi di sviluppo (brevi) e periodi di crisi (lunghi).
Ecco fatto. Ci sembra di rivivere qualcosa di “domestico”. Ci siamo seduti, comodi, rilassati, in una gigantesca stazione termale. Dentro c’eravamo noi stanziali con un tenore di vita discreto (post 73, s’intende) rispetto al rapporto effettivo fra ciò che producevamo e ciò che consumavamo.

Riempiendoci, almeno per un decennio, la bocca della parola “diritti”, senza che più nessuno osasse pronunciare la parola “doveri”, ci siamo ridotti di numero, impoveriti, abbiamo mutato configurazione antropologica: anziani sempre più egoisti, giovani sempre più pieni di pretese assurde, mezz’età sempre più o esaltati o depressi, comunque insopportabili.
Seduti comodi nel nostro ovattato mondo.
Lasciando che fossero sempre gli altri a governare, a decidere, a elargire “diritti”.

L’idea prende spunto dai numerosi contatti che, in questa fase di dormiente stasi elettorale (apparente), proseguono incessanti. Da questo o da quell’ipotetico candidato. Chi rappresenta chi? Chi decide cosa?
Prosegue la corsa alla rappresentanza di sé stessi fondando le auto-candidature su non ben identificati successi; potenziali, promessi o ottenuti.
La passione, quella vera, quella solo legata al bene della Categoria è definitivamente deceduta in nome delle poltrone, degli accordi, del peso elettorale di questo o di quell’Ordine.

E gli iscritti?
Gli iscritti, noi tutti, silenti spettatori di un gioco politico arcaico. Antico, già visto e sempre partecipato dagli stessi giocatori.
E quegli Ordini che, nonostante quattro anni fa abbiano dirottato altrove le loro scelte elettorali, sono riusciti a condurre i propri enti con sufficiente efficacia ed efficienza sui territori?
E gli altri, che pur appartenendo alla “casta dei vincenti” hanno visto disattese le loro aspettative quanto a risultati in favore degli iscritti, TUTTI, rappresentati e difesi nei propri territori?

Non crediamo che gli esiti ottenuti in termini di buon governo dei rispettivi ordini ci abbiano dato torto e non pensiamo che per governare bene la categoria sia necessaria solamente la presenza di pesi significativi.
Siamo convinti che il miracolo del buon governo avvenuto nella maggior parte degli Ordini locali sia, per certi versi, il modello da seguire per rinascere, dove la passione, l’impegno, il giudizio quotidiano da parte degli iscritti che ti conoscono personalmente e ti guardano negli occhi è stato motore “del fare”, nell’interesse di tutti, dove in detto perimetro è compreso per “trasparenza” anche il proprio interesse.

Siamo altresì convinti che la spinta germogli anche dalla insistenza su un territorio, nel caso nostro, quello laziale, storicamente poco unito e dove i pesi elettorali hanno sempre polarizzato l’assenza degli altri Ordini che, invece, ben potrebbero far sentire la loro voce. Non vogliamo essere più spettatori di scelte fatte da altri o di auto-candidature e investiture che non hanno, almeno da parte nostra, nessun fondamento ideologico.

Siamo convinti di non essere soli nelle nostre logiche di pensiero. Ci sentiamo portatori, invece, di un profondo malessere che rappresenta la gran parte dei nostri colleghi. L’autorevolezza di un Ordine non si misura in base al numero degli iscritti o al peso che lo stesso rappresenta in una tornata elettorale e solo chi, come noi, vive la quotidianità dei territori può comprenderlo fino in fondo.
Sono necessari una condivisione stretta e un sostegno reciproco tra gli Ordini tutti, tra le sigle sindacali, tra gli iscritti, nessuno escluso.
Prescindendo da alchimie elettorali, da candidature imposte, dando voce anche a chi ne ha avuta poca ma che, di contro, ha molto da dire.

Riflettiamo, insieme, su una vera riforma della norma principe, affinché ci sia riconosciuto un ruolo sociale definito e certo. Continuiamo a ripetere che una larga parte della classe dirigente della nostra categoria si è da anni ormai distaccata dalla base, dalle reali esigenze della categoria.
Solo chi come noi vive appieno la realtà professionale locale, sia essa quella dei piccoli centri che della grande città, comprende fino in fondo quel ruolo che, storicamente, ci è appartenuto e deve continuare ad appartenerci.

L’invito è quello rivolto all’unità di pensiero e di intenti al fine di dare un vero futuro alla nostra categoria.
Siamo stanchi di siffatte attività ricorrenti.
Per cercare di cambiare e non rimanere con il rimorso di averlo sempre e solo detto tra noi un milione di volte, senza averci mai provato...


Cristiano SforziniPresidente ODCEC Civitavecchia
Gianluca Tartaro, Presidente ODCEC Tivoli
Marco Santoni, Presidente ODCEC Viterbo

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