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Venerdì, 7 maggio 2021 - Aggiornato alle 6.00

IMPRESA

Eterogeneità della prova per la verifica dei requisiti di non fallibilità

Escluso il fallimento per l’omesso deposito dei bilanci

/ Francesco DIANA

Martedì, 4 maggio 2021

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Il mancato superamento dei limiti dimensionali, di cui all’art. 1 comma 2 del RD 267/42, esonera l’imprenditore commerciale dalla disciplina del fallimento e del concordato preventivo.
L’onere probatorio, a tal fine, grava sul debitore e può essere assolto avvalendosi di qualunque strumento che risulti idoneo a rappresentare fedelmente la situazione storica dei fatti e dei dati economici e patrimoniali dell’impresa (Cass. n. 12681/2020 e Cass. n. 6991/2019).

In tal senso si è espressa, da ultimo, la Corte di Cassazione n. 9045/2021, secondo la quale, il bilancio di esercizio, sebbene rappresenti il mezzo privilegiato per la verifica dei requisiti di non fallibilità (Cass. nn. 30541/2018 e 30516/2018), non deve intendersi quale strumento esclusivo di indagine, potendo essere integrato o anche sostituito da altri strumenti probatori (Cass. n. 25025/2020, Cass. n. 6991/2019, Cass. n. 30541/2018).

Del resto, la necessità che la verifica dei requisiti dimensionali di cui all’art. 1 comma 2 del RD 267/42 debba essere condotta, in via esclusiva, solo con l’analisi del bilancio di esercizio non trova valida argomentazione nella circostanza che, in base all’art. 15 comma 4 del RD 267/42, l’imprenditore, su disposizione del tribunale, proceda con il deposito dei bilanci relativi agli ultimi tre esercizi nonché di una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata.

Diversamente, la limitazione degli strumenti probatori si tradurrebbe nell’automatica dichiarazione di fallimento dell’imprenditore in stato di insolvenza, ogni qualvolta costui abbia omesso il deposito dei bilanci.
Ma si pensi anche agli imprenditori individuali esonerati, ai sensi dell’art. 2214 comma 3 c.c., dall’obbligo di redigere il bilancio di esercizio (Trib. Bergamo 4 marzo 2020).

Del resto, che il perimetro di indagine non possa essere limitato al solo bilancio, può argomentarsi anche in ragione della previsione di cui all’art. 41 comma 4 del DLgs. 14/2019, da ultimo modificato con il DLgs. 147/2020 (in vigore dal prossimo settembre 2021), ove si dispone che il debitore depositi i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi o, se non è soggetto all’obbligo di redazione degli stessi, le dichiarazioni dei redditi relative allo stesso periodo, ovvero l’intera esistenza dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata.

Il riferimento alle dichiarazioni dei redditi in sostituzione del bilancio rappresenterebbe – in via interpretativa – ulteriore conferma che la verifica dei requisiti dimensionali non possa essere legata unicamente a tale documento, consentendo l’impiego di strumenti ulteriori, che, tuttavia, potrebbero non essere di per sé sufficienti allo scopo.

In particolare, mentre il bilancio ha la funzione di rappresentare la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica dell’impresa (art. 2423 comma 2 c.c.), la dichiarazione dei redditi assolve alla diversa funzione di portare a conoscenza dell’Erario il reddito prodotto in un determinato periodo, ma non necessariamente anche l’attivo patrimoniale di cui all’art. 1 comma 2 lett. a) del RD 267/42.

Se da un lato, infatti, la compilazione in dichiarazione della sezione relativa ai dati di bilancio potrebbe favorire la verifica dell’attivo patrimoniale, dall’altro, la sua valenza informativa non può paragonarsi certamente al bilancio e potrebbe ritenersi non sufficiente a superare il vaglio di una generica allegazione probatoria.
Pertanto, oltre alla dichiarazione dei redditi, il debitore potrebbe avvalersi di ulteriori mezzi di prova che consentano la verifica dei limiti di non fallibilità.

Ciò si evince, ad esempio, dall’art. 1 comma 2 lett. b) del RD 267/42, che, ai fini dell’accertamento del requisito dimensionale dei ricavi lordi, espressamente consente la prova del mancato superamento “in qualunque modo”, senza alcun cenno al bilancio di esercizio.

Tale previsione, peraltro, può essere impiegata anche per gli altri due presupposti di cui all’art. 1 comma 2 lett. a) e c) del RD 267/42, rappresentati dall’attivo patrimoniale e dall’ammontare dei debiti (Cass. n. 6991/2019).
La giurisprudenza, infatti, ha mostrato un atteggiamento di sensibile apertura, riconoscendo al debitore la possibilità di avvalersi, in alternativa al bilancio, ad esempio, dei libri obbligatori e delle scritture contabili ex art. 2214 c.c., della documentazione IVA (Cass. n. 30541/2018), degli estratti di ruolo e dei decreti ingiuntivi emessi in danno del debitore, della documentazione relativa ai beni di proprietà dell’imprenditore e della documentazione bancaria – estratti conto e Centrale Rischi (Trib. Bergamo 4 marzo 2020) – finanche delle risultanze di un accertamento induttivo (Trib. Udine 13 maggio 2011) o della relazione redatta dalla Guardia di Finanza, in sede di accertamento prefallimentare, avente ad oggetto le consistenze patrimoniali (Cass. n. 25025/2020).

Ciò che rileva, infatti, non è la provenienza, né la tipologia dei documenti, piuttosto la loro attendibilità – grado di fedeltà e di analiticità – nel rappresentare la situazione economica e patrimoniale dell’impresa.

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